giovedì, Settembre 24, 2020

Fujiya & Miyagi – Artificial Sweeteners: la recensione

Quando il krautrock di discendenza teutonica dalle parti di Can e Neu! incontra le giravolte appiccicose dei synth quello che ne esce è decisamente qualcosa di artificiale e nonostante tutto dolce e edulcorato con la stessa nocività di un marshmallow. A tal proposito, il titolo dell’album che sigla l’ultima fatica dei Fujiya & Miyagi si rivela molto azzeccato; Artificial Sweeteners rende bene l’idea del parco giochi cattivello che i tre di Brighton hanno voluto organizzare per il mese di maggio. Smussando i tratti spigolosi degli album precedenti come Lightbulbs o Ventriloquizzing, Fujiya & Miyagi hanno preferito sterzare sui terreni goderecci e più orecchiabili che la varietà del suono elettronico può offrire. Le nove tracce di Artificial Sweeteners risultano un mercimonio di synth pulsanti, binari elettronici, piste da ballo dai ritmi cardiaci e girandole dai colori acidi.

Steve Lewis, Matt Hainsby e David Best hanno cercato di riversare nel quinto album della carriera tutto quanto non era stato espresso o debitamente sviluppato nei lavori precedenti, tentando un recupero della spavalderia che era andata perdendosi dagli anni di Ventriloquizzing. E quindi, via libera alle tastiere dai suoni contratti (Little Stabs at Happiness), agli arpeggi funkeggianti del basso (Flaws) o al punk rock alla NDW (Daggers). Tracce piacevoli anche senza essere memorabili, ed è proprio questo senso di incompletezza che segna la riuscita di Artificial Sweeteners. Se parte del successo di Fujiya & Miyagi era dovuto al loro essere al contempo statici  ma accattivanti, con Artificial Sweeteners la componente incolore e monotona tende a prendere il sopravvento. Se si escludono la brezza techno di Tetrahydrofolic Acid e il revival di Sore Thumb in Acid to my Alkaline, l’album ha pochi momenti in cui esce dal contesto che si diceva. Ansiogeni, ossessivi, Fujiya & Miyagi anche questa volta evitano di abdicare alla pace dei sensi, piuttosto si divertono a creare labirinti sonori senza uscite, a squadrare la musica fino a renderla un continuo gioco di contrasti optical.

Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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