domenica, Ottobre 25, 2020

Gallon Drunk – The Road Gets Darker From Here (Clouds Hill Records, 2012)

Quando si parla di rock-blues malato, discendente dagli Stooges, dal garage svalvolato dei gruppi presenti nelle Pebbles e dall’opera distruttiva dei Cramps e dei Birthday Party, il nome dei Gallon Drunk è uno dei primi che viene in mente, assieme a quello di band che hanno avuto, per un motivo o per l’altro, più successo del gruppo inglese, come ad esempio la Jon Spencer Blues Explosion.
Il gruppo di James Johnston ha comunque superato i vent’anni di carriera, contando su un seguito di affezionati pronti a sostenere le svolte discografiche, musicali e personali del leader, e si ripresenta al mondo in questo 2012 con The Road Gets Darker From Here, a distanza di un lustro dal precedente The Rotten Mile.
Nel frattempo la band ha subito la grave perdita del bassista e collaboratore di lungo corso Simon Wring, fatto che ha portato a due conseguenze dirette: la prima è la riduzione della formazione a trio, la seconda la creazione di un disco cattivo, nichilista, addolorato e senza compromessi.
Il dolore sembra aver portato i testi e le musiche dei Gallon Drunk indietro di vent’anni, alla carica eversiva dell’esordio You, The Night… And The Music, carica che era poi andata stemperandosi nei cinque dischi successivi, lasciando spazio a sperimentazioni e a un approccio maggiormente cantautorale, seguendo in parte le orme del mentore Nick Cave.
Forse in questo The Road Gets Darker From Here non si raggiungono i picchi di destrutturazione e ricostruzione blues-rock dell’album di vent’anni fa, ma le sensazioni sono comunque positive (anche se il mondo disegnato dalle canzoni non lo è).
Mancano infatti colpi di genio come Just One More o Gallon Drunk, fantastici inni all’alcol e veri e propri coacervi di idee ed influenze, ma ci sono comunque brani in grado di scavare nel torbido delle nostre anime utilizzando con la giusta crudezza i vecchi strumenti chirurgici del blues e della poesia.
Il primo esempio è You Made Me, col suo riffone garage che va a recuperare i primi Troggs e Kinks intorbidendoli e portandoli dalle parti dei Cramps, seguito a ruota da Hanging On, altra scarica di elettricità in cui a farla da padrone è la chitarra di Johnston. A Thousand Years è invece il brano più Cave-iano, con James che salmodia, parlandoci della fine che si avvicina su un muro di suono sferragliante, in cui fa capolino anche un sax tra Morphine e Sonics.
Stuck In My Head funziona un po’ meno, nonostante il buon inserimento della voce femminile di Marion Andrau, mentre Killing Time torna ad alzare l’asticella dell’inquietudine, creando sei minuti carichi di tensione (e fuzz), cosa che sanno fare così bene solo i Gallon Drunk. La seguente The Big Breakdown pulsa e serpeggia come fosse un funk per eroinomani, dando sensazioni particolari, anche se forse va un po’ troppo per le lunghe, prima di un’altra immersione nel tipico mondo GD, ovvero il blues delle generazioni perdute, con I Can’t Help But Stare.
Il finale, affidato a The Perfect Dancer, non è quello che ci si aspetta ma è comunque appagante, con i suoi ritmi rallentati ed ipnotici e la chitarra in perenne distorsione sullo sfondo, un mantra post-punk inquietante e riuscito.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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