Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Con Head in the Dirt Hanni El Khatib raddrizza il tiro con un lavoro meno genuino del precedente. 

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Ci sono ascolti che si fanno ricordare fin dall’età più acerba, quando il ritmo e i suoni si ricordano più facilmente rispetto al nome, per certi versi ostico. È il caso di Hanni El Khatib, recensito in tempi meno sospetti qui su indie-eye, che torna ad occupare gli spazi di queste righe. Presentato in pillole, il bel moro californiano, incontro cromosomico fra Palestina e Indonesia, debutta nel 2011 con Will the Guns Come Out, facendosi largo e spazio a suon di video e festival live. La voce si sparge e il ragazzo piace, tanto che alcuni pubblicitari – solitamente oculati per la lungimiranza delle scelte musicali – selezionano alcuni dei pezzi dell’album come soundtrack di noti spot.

Due anni dopo il figlio dei due continenti ci riprova e questa volta a tenerlo a battesimo è un padrino di rilievo: Dan Auerbach dei Black Keys. Due anni di serrata gavetta e il patrocinio di uno fra i numi tutelari del rock-blues, si riversano per interno in Head in The Dirt, raddrizzando il tiro e la schiena dell’album. Meno genuino rispetto l’entusiasmo fragoroso di Will the Guns Come Out, il secondo LP lima quei tratti rustici, grezzi e trasandati che avvolgevano l’album.

Riff da brillantina fra i capelli e distorsioni vocali cadono a pioggia e non mancano, ma fanno capolino anche coretti di gentili mademoiselle (Skinny Little Girl), hammond vagamente Motown (Penny) e organici psichedelici (Low). A soffiare sull’arido terreno del rock e del blues ci pensano i passaggi sincopati e disturbati di Head in The Dirt o i duetti chitarra/batteria di Pay No Mind e Family. Ciondolante come un tirabacio, l’album si avvia alla fine senza calcare troppo la mano e lasciando il groove di Save Me come finestra per un saluto al passato alla Build Destroy Rebuild.

Che sia per crescita e maturazione personale o per scelta razionale, sta di fatto che le undici tracce del nuovo album sono tirate a lustro e messe a festa, smussate e impomatate fino a tramutare l’indole beffarda del primo Hanni, in un sofisticato cuore retrò. Come dire che l’inganno c’è, ma non si vede.

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Hanni El Khatib
Head in The Dirt

Innovative Leisure, 2013 | folk | Rock | garage
TRACKLIST:

Head In The Dirt | Family | Skinny Little Girl | Penny | Nobody Move | Can’t Win Em All | Pay No Mind | Save Me | Low | Sinking In The Sand | House On Fire

 

Giulia Bertuzzi

Giulia Bertuzzi

Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.