giovedì, Settembre 24, 2020

Herself, l’intervista: “morire al mondo”

[tutte le foto dell’articolo sono di Marzia Falcone] L’ultimo, omonimo, lavoro di Herself (DeAmbula records, 2012; recensito qui su indie-eye.it) è di certo il suo disco più maturo, il documento fedele di un artista in crescita esponenziale. Gioele Valenti, intestatario unico del progetto, non fa mistero di esserne pienamente, e giustamente, soddisfatto. Si fanno due chiacchiere parlando di questo ed altro, finendo a discutere delle idiosincrasie e delle contraddizioni che, nei nostri sciagurati giorni, agitano anche l’universo indipendente. E quell’amarezza malinconica che anima i suoi pezzi, si tramuta in un’acutissima lucidità, che non tende ad arretrare un attimo dal commentare tutto con estrema coerenza.

Sono trascorsi quasi dieci anni da Please Please Please, Leave Now, qual’è il tuo primo consuntivo di questa lunga attività?

Se di consuntivo possiamo parlare, sta nei termini di un’esperienza pluriennale acquisita; di una buona fetta di panorama indipendente;  di piccole soddisfazioni e amare delusioni, poiché la vita del musicante non allineato in Italia, qualunque sia il suo curriculum e l’ampio tasso di apprezzamento dimostrato al suo lavoro dalla critica, è scandita dalla ciclicità di un perenne ricominciamento ab imis. Naturalmente, questo accade all’artista che non ha gli amici giusti nel posto giusto.

Insomma, come immaginabile, pesa avere una carriera, per così dire, laterale, da alternativo come si diceva ai nostri tempi, in un Paese come questo? In più di un occasione, tralaltro, hai collaborato con artisti non italiani.     

Pesa moltissimo. Specialmente per chi, come me, non si è mai sentito un alternativo. Può portare all’alienazione, e anche alla disperazione, poiché essere a latere, come dici tu, in un Paese provincialista come l’Italia, significa essere condannati alla segregazione. Se non fai parte del nuovo cantautorato, di fatto non suoni. Perché i gestori, tendono ad uniformarsi al trend del momento. E’ banale, ma l’immaginario indie di cui sopra è la personale manipolazione dell’informazione generalista. Quindici anni fa, andava di moda l’inglese e tutti facevamo roba in inglese. Ecco, io sono rimasto lì. E’ per questo che mi sono trovato con naturalezza a sfornare piccoli dischetti per etichette inglesi e tedesche e a collaborare con gente di altre parti.

Diciamo che il tuo rapporto con la scena indipendente è, quantomeno, tormentato… Ma c’è qualche nome a cui ti senti vicino?

Francamente, no. Non ho molti rapporti con la scena indipendente, anche perché non credo una scena indipendente, concettualmente formalizzabile, esista. Ci sono ottime persone ma in linea di massima, l’indipendulo italiota replica la realtà televisiva. Tutti rincorrono il piccolo successo, sgomitano e posano. Io sono introverso, ansioso e timido per natura. Non mi sento disponibile per una concezione muscolare e competitiva della musica. Se ci pensi, è come stare in un immenso talent show.

Da palermitano, in che rapporti sei con la scena cittadina che oggi si può dire in relativa crescita?

Peggio che andar di notte! (continua nella pagina successiva…)

Alessio Bosco
Alessio Bosco
Alessio Bosco - Suona, studia storia dell'arte, scrive di musica e cinema.

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