lunedì, Gennaio 18, 2021

Iggy and the Stooges: una location sbagliata e pericolosa; live report (Firenze, piazza della Repubblica, 27/9/2012)

Ecco cosa succede quando un evento ad alto tasso di elettricità viene collocato in una location sbagliata e di fatto, pericolosa; Francesco D'Elia ci racconta il concerto di Iggy and The Stooges a Firenze, uno scempio organizzativo mai visto...

La settimana della sbornia di eventi ad alto tasso di adrenalina (per gli interessati, c’è stato anche un martedì calcistico da far rischiare le coronarie) si è consumata ieri sera nel cuore di Firenze.

Ancora non paghi della kermesse radiohediana, fiorentini e non si sono riversati in massa fra Paszkowski e Giubbe Rosse per l’approdo dell’Iguana e soci, che già avevano annunciato uno scioglimento in vista il prossimo anno.
Anche tale ultima circostanza non poteva non connotare l’evento del sapore così intenso dell’imperdibilità, oltre al fatto che nessuno degli spettatori ha dovuto versare un euro, il che, in tempi di crisi, non è certo dettaglio da buttare via.

Orbene, alla luce di ciò che è accaduto ieri, si può affermare che, in primo luogo, quest’ultimo sia stato il tragico errore per lo svolgimento della serata. Non si ha idea  quale mente folle/perversa abbia potuto concepire un evento di tale portata a beneficio delle masse, forte di uno sponsor di sicura potenza economica quale l’Hard Rock Cafè, con la contropartita, ovvia, di un ritorno di immagine triplicato e con il corollario “stonato” di una presentazione che metteva insieme  Ringo con la fondatrice del primo Hard Rock Cafè che prima confonde Firenze con Venezia e poi dà a se stessa della “gran niocca”. Si aggiunga a tutto ciò un patrocinio (sarebbe interessante conoscere a quale titolo e in quale misura) dell’Amministrazione cittadina, in una location così sbagliata e così pericolosa.

Una piazza centrale sì, rivelatasi così inadeguata che già all’esecuzione di Search and Destroy, secondo brano in scaletta, la gradazione di movimento corporeo è già scesa in prossimità dello zero, ovviamente nel caso in cui non si venisse travolti nemmeno da un sano pogo, bensì da fiumane di persone che, prese da “repentino” e geniale sussulto di autoconservazione, abbandonavano le prime file occupate da chissà quante ore per riversarsi nelle retrovie, impedendo così totalmente di vedere qualcosa a chi già solo intravedeva e di fuggire a chi stava male sul serio.

Uno scempio organizzativo mai visto: non fosse sufficiente il disagio strutturale, con vie di fuga di fatto inaccessibili e cessi chimici messi lì neanche fossero orpelli post-industriali (tanto c’era il “bagno grande”), anche la condotta del pubblico si è rivelata sconcertante. Posto che già di per sé era forte il sospetto di individuare a quanti fregasse realmente del concerto, era irresistibile la tentazione di andare a “cercare e distruggere” quanti fossero venuti lì solo in attesa di Lust for Life e The Passenger (credetemi, ne ho contati tanti), col risultato di ridurre un concerto che di per sé è la sintesi perfetta del rock ‘n’ roll alla più bieca e omologata delle feste universitarie.

Uno spettacolo tanto avvilente sotto il palco quanto esaltante sopra, almeno per il pochissimo che si è avuto modo di vedere. L’Iguana, che dire? 65 anni e non sentirne la metà, fisicamente e vocalmente, tanto nei pezzi più frenati (Gimme Danger strepitosa) quanto nelle smodatezze di No Fun. Il bilancio pare sia stato di due stage-diving, quattro aste per microfono spaccate, una ragazza nuda sul palco, e chissà quanti chilometri percorsi a saltare ovunque. Solo un appunto circa gli “interventi parlati”, ché mandare affanculo tutto (non tutti, si precisa, verso il pubblico Iggy è stato molto più che accomodante) e dedicare una canzone al proprio membro è ben lungi dal provocare shock, al massimo strappa qualche grassa risata. Ad ogni modo, è immenso e Dio, o chi per lui, ce lo preservi in eterno.

Strumentalmente, nonostante la pessima acustica (a soffrirne maggiormente, la batteria di Toby Dammit, che comunque rimane solida e tirata e, soprattutto, viaggia alla perfezione con Mike Watt), la band rimane quanto di meglio si può apprezzare nel genere, bypassando in due ore 40 anni e più. Grande spazio è lasciato all’elettrica di Williamson e la doppietta Fun House/L.A. Blues con il noise selvaggio Steve Mackay al sassofono (eccezionale) è decisamente il momento più alto, segno che sono possibili reunion lontane anni luce dalla tristezza o dalla pacchianeria.

Alla fine, si possono anche perdonare i (fortunatamente) brevi estratti da The Weirdness e una coveraccia di Louie Louie che scatena il delirio collettivo, prima del momento tanto temuto, ossia The Passenger, che costituisce la pietra tombale della serata, perfetta per gettare la spugna, con mani nei denti.

Ebbene, no, un evento così andava pagato. Se la massa è tutto questo, ben vengano i concerti a 60 euro (ché poi chi è davvero interessato ci va comunque, leggi domenica per i Radiohead – nota: era così complicato chiedere di lasciare installato il palco alle Cascine per poterne usufruire anche giovedì?), almeno in piazza della Repubblica si sta larghi e alla larga. Non si legga in quest’ultimo appello snobismo o pedanteria, adoriamo tutti far casino e che il rock debba essere anche uno sfogo “fisico” è sacrosanto; semplicemente rimane la tristezza nel constatare che il presenzialismo bieco e modaiolo nella sua accezione più volgare, unito ad una gestione sciagurata, ha sopraffatto il desiderio di godimento di uno spettacolo da parte di chi ha reso questa musica un pezzo della propria esistenza.

Sintetizzando…..

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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