domenica, Ottobre 25, 2020

Lev – Hanno ucciso Ulrike Meinhof (autoprodotto – 2008)

lev_hannouccisoulrikemeinhofLa copertina è occupata da un lembo di bandiera rossa con una falce e un martello sbiaditi; in alto due mani maschili la tengono e la tirano per coprire la parte inferiore del corpo che si intuisce dietro la bandiera; una terza mano femminile, appoggiata leggermente sulla bandiera, ad aiutare la copertura o a impedirla; il nome del gruppo in verticale sulla destra, in rosso, Lev poi il titolo: Hanno ucciso Ulrike Meinhof. I Lev dichiarano immediatamente da che parte stanno e la loro coerenza non deve essere messa in discussione. Tanto per cominciare, evocare Ulrike Meinhof nel titolo del cd è una dichiarazione d’intenti: la Meinhof era una terrorista tedesca, tra i fondatori del gruppo terroristico-occidentale di estrema sinistra RAF, Rote Armee Fraction, una sorta di Brigate Rosse tedesche. Scrisse i manifesti del gruppo e compì azioni terroristiche fino al 15 giugno 1972, quando venne catturata e condannata a 8 anni di prigione per un attentato alla casa editrice Axel Springer Verlag, quella che anche oggi pubblica il quotidiano conservatore Bild. Ulrike Meinhof, durante il processo che l’avrebbe presumibilmente condannata al carcere a vita, fu trovata morta, il 9 maggio 1976, impiccata alle sbarre della finestra della sua cella. Nessuno è mai stato troppo convinto del suo suicidio, soprattutto dopo che l’anno successivo furono trovati morti in modo simile alcuni suoi compagni.

Ma non sono i soli i Lev ad evocare Ulrike Meinhof come musa: musicalmente è stata omaggiata più volte, a partire da Marianne Faithfull che nel suo album Broken English le dedica la title track. I Chumbawamba aprono e chiudono l’album Slap! con due brani: Ulrike e Meinhof. I Doris Days hanno un pezzo intitolato To Ulrike M. che contiene una parte parlata in tedesco probabilmente proveniente dall’archivio audio della terrorista stessa: il pezzo è stato poi remixato più volte da gente del calibro degli Zero 7 e di Kruder & Dorfmeister.

E poi c’è il cinema. In Germania in autunno, Rainer Werner Fassbinder, all’indomani dei fatti di sangue che hanno coinvolto la Meinhof e la sua banda e sconvolto il paese, cerca in prima persona, con un film documentaristico-autobiografico, di dare un senso al ’77 tedesco: lui con il suo corpaccione nudo, depresso perché non riesce a lavorare, sniffa coca, litiga con il suo compagno Arin Meier (che si suiciderà veramente l’anno successivo) e intanto parla con gli amici, discute di ciò che è diventata la Germania e del ruolo dell’intellettuale nella politica e nella storia contemporanea. Emblematico il dialogo con la madre che dice: “La democrazia è il male minore […]. Ci vorrebbe un sovrano buono, onesto, amato”, ambigua frase che marca la cesura assoluta tra generazioni, quella del regista che cerca un modo per staccarsi dal passato e quella dei padri e delle madri che evidentemente della storia recente non hanno capito niente o, peggio ancora, ne hanno distorto il ricordo. Per non parlare della apparentemente ingenua affermazione di Fassbinder, quasi un atto di autoconvincimento, quando dice: “lo Stato non può uccidere i terroristi, perché non può mettersi sul loro stesso piano.” Di un’attualità disarmante.

Aprendo il cd appare un nudo di donna: mezzo seno visibile, una coscia forte non esageratamente muscolosa, una lieve ed erotica pancetta, il pelo pubico appena accennato. Pieno erotismo anni ’70. Il rosso della bandiera di prima che si è diviso in strisce, quelle della bandiera americana, come lo yin e lo yang o il Giano bifronte o la teoria degli opposti estremismi. Infine si apre il libretto completamente e la fotografia si disvela: i due nudisti sono appena usciti dall’acqua e si coprono con la bandiera, o con le bandiere, poiché non è dato capire se siano la stessa o due diverse.

I testi son tutti lì nel retro del libretto, stampati su una piantina di Kabul. La terza di copertina è invasa dai ceci che scrivono il nome Lev (a loro è dedicato anche un pezzo). Nella quarta i legumi lasciano lo spazio ai titoli e al link alla Get up kids, collettivo che si occupa di accesso alla musica, diritti di proprietà intellettuale e socializzazione dei saperi, in opposizione al presente modo di produzione e circolazione della cultura, al “mercato”, alla SIAE ed all’attuale sistema discografico, editoriale. E in linea fedeli con il suddetto collettivo antagonista, appare in basso a destra la dicitura “questo disco è stato interamente autoprodotto. Se pensate ne valga la pena, potete liberamente scaricarlo, masterizzarlo e diffonderlo: i Lev non potrebbero che compiacersene”. Un bell’esempio di copyleft e anche di coraggio.

Di musica non si è parlato, è vero, ma è possibile ascoltare in streaming, scaricare e comprare il disco direttamente dal sito dei Lev sul quale in questo momento è presente anche un nuovo brano, Miss Romania, che merita di essere ascoltato.

Roberto Balò
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