Mini Mansions – Mini Mansions (Domino, 2011)

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Michael Shuman, dal 2007 bassista dei Queens of The Stone Age, non ha perso tempo e così, nel 2009, insieme a Zach Dawes (basso, tastiere e voce) e Tyler Parkford (voce, tastiere e chitarra), ha deciso di dare vita ad un nuovo progetto: i Mini Mansions. La miscela del gruppo si basa soprattutto su un suono cinematografico, tra il gotico ed il barocco, con un tocco di ebbrezza psichedelica che rende il tutto più visionario. Il disco si apre con la prima delle tre Vignette, degli “interlude” che ricoprono una posizione ben precisa: rispetto al disco e al resto delle canzoni sono anelli di congiunzione che sintetizzano l’anima sonora e lirica stessa dell’album, quasi come fossero dei segnalibri per riportare l’ascoltatore distratto verso il discorso dei Mini Mansions. A livello prettamente strumentale, gli elementi chiave sono quindi tre: il piano, il basso e gli effetti kitsch, i quali contribuiscono – e non poco – a fare di questo lavoro un ottimo esempio di lo-fi di facciata. La conclusiva Thriller Escapade, ad esempio, ha dei momenti molto “edgy”, delle linee sonore che impertinenti vengono fuori dalla prospettiva formale della canzone, eppure questo suo essere a tratti approssimativa trova risposta nel titolo stesso dell’album, che rivendica un atteggiamento di coraggio musicale, forse non pienamente compiuto. Colpisce anche l’utilizzo di organi che vengono sfruttati in maniera suggestiva, sia nei pezzi più lenti sia in quelli più movimentati e nei quali si può respirare una certa influenza beatlesiana: The Room Outside è tanto allucinogena quanto tetra nei momenti in cui il significato del testo vira verso territori malinconici. Niente è lasciato al caso in questo disco, nemmeno le imperfezioni che rientrano in quel gusto per il kitsch di cui parlavamo sopra e attraverso cui il gruppo cerca, invano, di contrastare la manierata produzione del disco. Stessa cosa vale per Majic Marker, dove l’organo iniziale lascia il proprio spazio ad un giro armonico decisamente anni ’60 e Monk, in cui il revival è assicurato proprio grazie all’uso dell’organo Hammond. Tolto il voler rivivere il sogno musicale “in Technicolor” però non rimane granché, la distrazione dell’ascoltatore di cui parlavamo è lecita in questo caso, molte ripetizioni, qualche calco (ovvero imbarazzanti citazioni degli originali anni ‘60) e poca voglia di correre il rischio di sembrare originali e quindi tremendamente attuali: è come se i Mini Mansions avessero costruito una bella casa senza fondamenta, in poche parole, per quanto possa essere convincente ad un primo ascolto, l’omonimo album della band di Michael Shuman rischia di non aver tanto da dire. Detto ciò sarebbe interessante constatare dal vivo questa loro vena psichedelica per rettificare quanto detto o confermare questa sensazione di essere davanti ad un triste rip-off.