martedì, Settembre 27, 2022

No Guru – Milano Original Soundtrack (Bagana Records, 2010)

Curiosando sul web ho notato come l’opera prima dei milanesi No Guru abbia ricevuto fino questo momento recensioni piuttosto buone, quando non entusiastiche. Tuttavia, ho avuto la fastidiosa impressione che i suddetti articoli fossero scritti con la mano sinistra, ricalcando il comunicato promozionale piuttosto che prestando attenzione al disco in questione. Nel mio piccolo non mi trovo affatto d’accordo con quanto è stato detto, e non ritengo doveroso sperticarmi in lodi sul gruppo solo perché quattro membri dei No Guru (Scaglia, Marcheschi, Briegel e Talia) militavano fino a una decina di anni fa nei Ritmo Tribale e il quinto (Xabier Iriondo) era una colonna portante dei primi Afterhours. Gli anni ’90 sono stati un periodo sicuramente proficuo per il rock italiano, tuttavia è doveroso operare una distinzione fra quanti cercavano una via personale ed innovativa agli stimoli sonori del periodo (Marlene Kuntz, CSI, Massimo Volume, tanto per citare i primi che mi vengono in mente), e coloro che tradivano un approccio palesemente mainstream. Formazioni come Timoria, Negrita e Ritmo Tribale proponevano in definitiva un hard rock piuttosto canonico: una musica ispirata al coevo grunge o, nella peggiore delle ipotesi, all’irritante ibrido rock/funk portato in auge da gente come Red Hot Chili Peppers, Jane’s Addiction ed Extreme. Roba che, personalmente, ho sempre trovato piuttosto imbarazzante. In tutta onestà, sono questi gli elementi che ho rintracciato in Milano Original Soundtrack, più che le influenze post-punk a cui si fa riferimento, o l’approccio sperimentale dimostrato di recente da Iriondo con il progetto Uncode Duello (il cui Tre mi aveva piacevolmente sorpreso). Di norma sono avverso alle stroncature, dal momento che ognuno ha il sacrosanto diritto di suonare quello che gli pare. Che poi a me – come al più rinomato critico musicale – la proposta piaccia o meno è semplicemente una questione di gusti. Dunque, se sono qui a parlare di un disco che non mi ha stupito o impressionato per niente è semplicemente a causa di un fraintendimento. Un fraintendimento forse un po’ voluto, che mi spinge a dubitare della genuinità dei No Guru e a sospettare un certo opportunismo paraculo. Mi sembra fuori luogo paragonare il gruppo a James Chance and the Contortions solo perché qua e la il sax di Bruno Romani (Detonazione) fa capolino con ricami free-jazz, né basta qualche affondo tirato per scomodare i Dead Kennedys. Allo stesso modo, citare i Joy Division (Mare Divano) o i Killing Joke (la cover in italiano di Complications, che diventa Complicato) mi sembra un modo piuttosto facile per cavalcare il (nemmeno tanto) recente revival post-punk, buttando sul piatto gruppi che in fondo non appartengono alla cifra stilistica della band. Alle orecchie del sottoscritto ciò che emerge prepotentemente è soprattutto l’influenza del gruppo madre di Scaglia & co., esplicita in power ballad come Il Deserto degli Dei, Amore Mutuo, Bassa Fedeltà, e Fuoco ai Pescecani. Laddove si cerca un approccio più tendente alla fusione fra gli stili non si va oltre un generico crossover alla Faith no More (Ieri è un Altro Giorno, Non mi Passa). Insomma, a me Cammino con le Mani sembra un pezzo degli Alice in Chains più smargiassi, cantato da Tiziano Ferro. E in questo non ci trovo nulla di particolarmente eccitante. Niente di grave, come ho già detto è questione di gusti. Ma se i No Guru si fossero posti in maniera più sincera, limitandosi a rinsaldare i legami con le proprie radici, credo che ne avrei quantomeno apprezzato l’onestà.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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