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Bresciano, caustico, ironico, cantautore. Tra i selezionati per le ultime eliminatorie del Rock Contest di Controradio, stasera al Combo Social Club di Firenze. L'intervista a Santelena 

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Simone Uccelli è diretto, ironico, ma sopratutto visionario. Con il moniker di Santelena ha inciso un EP nel 2015 intitolato “Gli Inseparabili”, bizzarra mistura tra cantautorato degli anni zero e uno sguardo deciso verso gli aspetti più futuribili del passato. “I Futuribili” è il titolo di un disco di Egisto Macchi pubblicato nel 1972, dove la parola indicava la realizzazione di una serie di possibilità. Nella musica del compositore grossetano, attraverso le esperienze della “concrète music” si usavano le nuove tecnologie di quel tempo tra nastri magnetici e reverse recording, nel tentativo di materializzare l’invisibile e l’immateriale. Quei suoni, ascoltati oggi, così come quelli di certe colonne sonore che facevano utilizzo massivo del Theremin, ci raccontano uno strano futuro anteriore, un po’ come le telescriventi di Spazio 1999.
La musica di Santelena, pur rimanendo ancorata a certi modelli, tra cui il beat degli anni sessanta, i suoni di Marcello Giombini, la psichedelia non convenzionale di Battisti e altre influenze legate al cantautorato italiano storico più caustico (tra tutti Ciampi e Tenco), riesce a creare uno straniamento molto interessante, come ci è capitato di sentire recentemente solo nella musica di Nino Bruno. Tra gli ospiti della quinta eliminatoria del Rock Contest Fiorentino, in programma oggi al Combo Social Club, abbiamo incontrato per voi il cantautore bresciano

Come mai Santelena, il nome, Da dove viene?

Santelena l’ho scelto per caso. Stavo parlando con un mio amico a proposito del nome e mentre gli dicevo che stavo cercando una parola che rimandasse a qualcosa di esotico e che fosse in italiano gli ho detto: ma sì, una cosa tipo… Santelena! E lui mi guarda come per dire: beh figo Santelena. Ho finto per qualche giorno di essere ancora alla ricerca, ma in realtà l’ho scelto proprio quella sera.

Rispetto al cantautorato degli anni zero, la tua proposta esce un po’ dai canoni imposti. C’è molta psichedelia, un pizzico di jazz, qualche spruzzata beat e anche un po’ di Lucio Battisti, raccontaci questa alchimia…

Si tratta semplicemente del modo che ho di filtrare le cose che mi piacciono. Mi piace la pop music, ma la preferisco quando scava un po’ più in profondità: belli i quattro accordi, bellissimi, tante mie cose nuove sono proprio così, ma è con l’arrangiamento, la ricerca dei suoni e delle atmosfere che il mio lavoro si concretizza per come lo voglio fare. Se cercassi soltanto la semplicità del messaggio sentirei di aver fatto solo il 60% della cosa. Battisti è proprio l’esempio di artista italiano che ha saputo arricchire il suo pop con una ricerca maniacale del dettaglio, della figata. E’ proprio per questo che secondo me in tanti lo prendiamo come riferimento.

Come mai secondo te certe scelte retrofuturiste sembrano più affascinanti di quelle interamente proiettate verso il futuro?

Le cose che mi piacciono di più sono cose degli anni 60 e 70. Mi piace partire da li, perchè penso che in quegli anni si scrivessero grandi canzoni e gli arrangiamenti fossero super. Quello che non voglio assolutamente fare è il revival. Mi fa cagare pensare di vestire la canzone come se fossi un ventenne nel 1969, gli strumenti suonavano molto meglio di quelli che vengono prodotti oggi, il fermento culturale era al suo apice, ma ora siamo nel 2016, i tempi sono cambiati. Metto tutto nel mio personale calderone, dove ho la libertà di condire quella chitarrina un po’ beat al synth con le bassone, gli arpeggiatori e tutto quello che mi viene in mente.

E il pop inglese degli anni 80? Ci è sembrato che in alcuni pezzi della tua produzione, soprattutto Piazza Garibaldi, ci fosse molta wave britannica di quegli anni, è corretto?

Non sono un grande cultore degli 80’s, per quanto ci siano anche delle bands incredibili (vedi gli Smiths, che però non mi hanno mai mandato troppo su di giri). E’ possibile che tu ci senta dei rimandi, tutti i miei synths alla fine sono di quegli anni, poi metti un chorus e la mente ti porta li.

Santelena, Insetto

Raccontaci la produzione insieme a Pierluigi Ballarin. Come avete lavorato insieme?

Con Pier avevo già lavorato ai tempi della mia prima band, Le Case del Futuro. Lui è forte, è un musicista incredibile e ha un orecchio che è come un detector, se c’è qualcosa che non funziona lui la becca. Dopo avergli fatto sentire i pezzi ho cominciato ad arrangiarli nel mio studietto in garage, perchè uno studio vero costa un sacco di soldi e con più idee arrivi e meglio è. Quindi sono arrivato con il mio bel pacchetto di cose che comunque giravano bene, lui poi ha aggiunto/tolto tracce e ha smussato un po’ i pezzi nelle parti in cui magari non giravano in modo fluido. E’ stato bello lavorare insieme, perchè a differenza della nostra prima esperienza insieme ero un po’ più grande e per tante cose ci siamo confrontati alla pari. Mi sono fidato ciecamente di lui su N faccende e quando mi capita di riascoltare il disco penso che ho fatto benissimo, grazie Pier! ;)

E come mai la scelta di  inserire un brano degli Zen Circus come  “Fino a spaccarti due o tre denti” ?

Quel pezzo degli Zen è abbastanza vecchiotto, ma mi ricordo bene la prima volta che l’ho sentito: erano gli anni in cui mollavo gli ac/dc e tutto quel rock un po’ da liceo e iniziavo a fare le mie cose (che facevano abbastanza schifo, ma erano comunque le mie prime cose). Ricordo che mi folgorò subito, sentivo una sincerità ruvida, diversa da tutto quello che avevo ascoltato in italiano. Per questo motivo ho pensato di fare una cover di “Fino a spaccarti due o tre denti”. Ho avuto modo di farla ascoltare agli Zen prima di un concerto a Brescia e mi hanno fatto un sacco di complimenti. E’ stata una bella soddisfazione.

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Chi ha disegnato la bella copertina dell’Ep e come mai una scelta così fumettistica?

L’artista si chiama Stefano Adamo. I suoi lavori sono bellissimi e lui è un illustratore affermato. Lo conoscevo di vista da un po’ e quando mi sono deciso a chiedergli di lavorare alla mia copertina lui si è dimostrato subito interessato. Come estrazione lui è più rap che pop, viene dai graffiti. Sapevo che avrebbe sì centrato l’idea che avevo per la copertina, ma che ci avrebbe messo anche qualcosa della sua sensibilità artistica e del suo background. La cosa mi ha gasato tantissimo.

Ci è sembrato che la scrittura dei testi spesso contrasti con quella musicale. Ironia caustica contro una certa eterea leggerezza; caratteristiche oniriche delle tastiere contro la concretezza di una realtà spesso amara. È un risultato voluto e pensato oppure è un contrasto vissuto che hai in qualche modo tradotto in musica?

Mi piace stemperare il disincanto di alcuni miei pensieri con dei suoni soffici, di quelli che ti fanno chiudere gli occhi e ti fanno sognare lucidamente. Sono stato un grande fan dello shoegaze e dei muri di suono, e mi piace costruire i miei di mattoni morbidi. Detto ciò, quelle sono le atmosfere dell’ep, può tranquillamente darsi che nelle mie prossime produzioni sarò più immediato o più ruvido se serve. Dipende tutto dalla canzone che scrivi.

Questo cantautorato degli anni zero di cui parlavamo all’inzio. Ma esiste davvero, e se si cos’è?

Esiste sì. E’ una corrente che in questo paese prolifera da 50 anni e passa, ma quello di questi tempi, secondo il mio punto di vista si è fatto un pò troppo semplicistico. Chitarrina, tastierina, canzoncina e via. La mia idea di cantautore è quella di un personaggio un po’ più outsider, vedi Tenco e Ciampi. E bada bene, con un outsider non intendo per forza di cose serio. Vorrei sentire più ironia, usata magari per parlare delle cose che non vanno ancora bene nel 2016. Vorrei vederci un’attitudine un po’ più rock’n’roll, mi manca il personaggio, nessuno che parli di droga in una canzone che non sia rap. Uno che mi piace molto è Lucio Corsi, perchè è visionario e le visioni spaccano sempre.

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Sul palco ti presenti da solo o apri la dimensione intimista ad altri musicisti?

Al momento mi presento solo perchè è una soluzione velocissima e non mi richiede l’organizzazione con nessuno. Sto cercando di mettere su una nuova band per suonare le mie cose nuove, ma è un processo lento. Vi farò avere notizie prossimamente

Il Rock Contest, tra le numerose manifestazioni dedicate alla musica emergente è la più longeva e quella qualitativamente più importante. Cosa ti ha portato qui e cosa pensi della creatura di controradio ormai giunta alla ventottesima edizione?

Guarda, voglio essere sincero. Non amo per niente le competizioni musicali e credo che l’utima volta in cui ho partecipato a una di queste avevo si e no 18 anni. Questa gara ha però degli aspetti veramente positivi, per esempio una giuria di tutto rispetto e il primo premio, che è una cifra che ti mette a posto. Fare musica seriamente, aldilà del talento e delle idee, richiede anche visibilità e cash, e il Rock Contest di Controradio può offrirmi entrambi, quindi perchè non provare?

 

Bruno Martini

Bruno Martini

Bruno: una laurea in scienze politiche, musica italiana tra gli ascolti principali, e un amore viscerale per tutte le british invasion