mercoledì, Novembre 25, 2020

Santobarbaro – Navi: la recensione


Santobarbaro
non ha corrispettivi nel calendario, pertanto è lecito pensare che lo si possa ricordare ogni giorno. Formazione originaria di Forlì attualmente composta da Pieralberto Valli e Franco Naddei, Santobarbaro presenta il nuovo lavoro, Navi, uscito il novembre scorso per Cosabeat. Terzo album, preceduto da Mare Morto (2008) e Lorna (2010), Navi approda sulle sponde dell’elettronica, abbracciando tutte le gioie e i rischi che quella terra offre. Ne deriva uno stile difficilmente definibile, elettronico ma molto espressivo, attento all’uso della parola e al significa del testo. In alcune tracce sembra di cogliere di seconda battuta le influenze post-elettroniche, post-rock di Sparklehorse o Notwist, e tuttavia sono accostamenti che non assorbono la particolarità di Santobarbaro. È nel gioco di contrasti e nelle opposizioni che Navi raggiunge la sua massima espressione; l’accostamento delle frasi minimali e dei testi dilatati e rarefatti, alla presenza voluminosa synth, basso e batteria. Da un lato la leggerezza delle parole che Santobarbaro recita quasi sussurrando, dall’altra la corporeità degli strumenti che colmano ogni spazio lasciato disponibile. In questo senso ogni traccia presenta una sorta di lotta intestina, un contrasto che si risolve sempre in un pareggio, nel giusto equilibrio fra le parti in causa; in Prendi Me, all’inizio in sordina, mite e garbato, si oppone la presenza della parte strumentale, per poi risolversi in un crescendo avido e affamato. Ma non è il solo esempio. Il sibilo trapanante che zittisce in Il Corpo della Pioggia o lo sferragliare di lamiere in Quercia, affermano più di qualsiasi descrizione. Che sia incorporeo come in Transit o catturati dal trip-hop di Nove Navi, Santobarbaro non rinuncia al gusto di strappare dalla poesia e dalla letteratura, i prestiti necessari a non rendere Navi un mero prodotto della famiglia elettronica. Forse Jorge Luis Borges, citato come fonte di ispirazione per l’album, ha un credito maggiore rispetto a quello dichiarato.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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