mercoledì, Settembre 30, 2020

Smashing Pumpkins – Oceania (Emi, 2012)

Da quando si sono formati a Chicago nel 1988, gli Smashing Pumpkins ne hanno fatta di strada, affermandosi come assoluti protagonisti della zona grigia a metà tra rock indipendente e lustrini del mainstream. Cerchiamo di quantificare, esercizio a volte chiarificatore: più di 30 milioni di albums venduti, con relativi Grammy Awards, otto album in studio (senza contare i side-projects), stuoli di fans in tutto il mondo. In questo quarto di secolo, Billy Corgan e sodali, cresciuti seguendo le orme della scena alternativa degli eighties, hanno saputo coniare una forma di hard rock per la generazione X: depressa, attorcigliata, sottilmente perversa anche nelle power ballads, così come i ragazzi dell’epoca la volevano. La legge della domanda e dell’offerta venne onorata: nacque così l’altra faccia di Seattle. Il loro cammino, lastricato di pop, psichedelia, grunge, e non privo di cadute di tono, li ha portati fino a Oceania – una parte del pantagruelico e macchinoso concept Teargarden by Kaleidyscope alla quale si è deciso di dare forma autonoma. Il disco, registrato nello studio privato di Chicago di Corgan, che lo ha anche prodotto insieme a Bjorn Thorsrud, vede all’opera l’ultima incarnazione del gruppo: Jeff Schroeder alla chitarra, Mike Byrne alla batteria e Nicole Fiorentino al basso.

Quasar parte abbastanza cattiva con batteria massiccia e schitarrate varie, stesso discorso per Panopticon. The Celestials e Violet Rays sono maggiormente orientate verso la pop song nervosa, campo nel quale il gruppo aveva già saputo eccellere, mentre qui abusa di ovattate atmosfere sintetiche. In My love is winter, molto estroversa, Bill non si vergogna di cantare a squarciagola. One Diamond, One Heart, con le sue caramellose tastiere, sconfina in un easy listening senza personalità, mentre Pinwheels, combinando gli stessi ingredienti, ne esce meno anonima. La title-track è l’inevitabile ballatona di nove minuti che cambia pelle più volte, alzando il livello di seriosità del tutto (è, in ogni caso, anche l’episodio musicalmente più gustoso e interessante, oltre che un probabile cavallo di battaglia dal vivo). Pale Horse sfodera un certo pathos, salvandosi dall’infagottamento melenso delle tastiere sempre in agguato. Tale arrangiamento – bontà sua! – grazia anche The Chimera, Glissandra e Inkless, lasciandole vivere felici nei pascoli freschi e accoglienti del power pop. Wildflower risulta, invece, sempre per lo stesso motivo, inutilmente lambiccata.

Un disco senza infamia né lode, costruito con mestiere. Si affacciano due problemi fra loro complementari. Sembra che gli Smashing Pumpkins, cosa comprensibile e financo naturale per chi è in pista da un pezzo, non abbiano più moltissimo da dire. Il secondo problema, forse concausa del primo, è che non sappiano più a chi dirlo. La sensazione è che il gruppo, molto comodamente, si rivolga soltanto a un pubblico affezionato alle virtù, così come ai vizi, dei propri beniamini. Ma, in questi anni, il mondo circostante è cambiato. E Douglas Coupland ha scritto “Generazione A”…

Jacopo Golisano
Jacopo Golisano
Jacopo Golisano, classe 1986. Studia Filosofia e consegue la laurea triennale con una tesi su Alexis de Tocqueville. Diventa pubblicista. Appassionato di cinema, musica, letteratura, sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

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