Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Unica ambasciatrice del suo paese, l’Islanda, Sóley Stefánsdóttir sbarca all’ottava edizione del festival Europavox per un set di tarda nottata al Palais des glaces, la incontro assieme ad una manciata di altri giornalisti provenienti da tutta Europa per una chiacchierata frastagliata dal roboare di molteplici soundcheck, si parla anche di sessismo nell'industria musicale, l'intervista  

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Unica ambasciatrice del suo paese, l’Islanda, Sóley Stefánsdóttir sbarca all’ottava edizione del festival Europavox per un set di tarda nottata al Palais des glaces. Oltre ad essere un membro fisso della band indie-folk Seabear (qui intervistati Su indie-eye) dal 2005 e a partecipare come polistrumentista al progetto solista Sin Fang del collega Sindri Már Sigfússon, Sóley esordì nel 2011 con un prezioso disco di debutto, We Sink (Morr) contraddistinto da atmosfere soffuse, domestiche, che alla critica è piaciuto accostare alle sfumature dell’autunno. Prodotto in solitudine, il disco la vede alle prese con voce, piano, organo, chitarre e percussioni, alternando delicate ballate al piano (Pretty Face e I’ll Drown i suoi due pezzi di punta) a episodi più inquieti e sfocati. La incontro assieme ad una manciata di altri giornalisti provenienti da tutta Europa per una brevissima chiacchierata frastagliata dal roboare di molteplici soundcheck. L’ossessione per una quiddità islandese sembra ancora molto forte nell’immaginario trans-europeo, ma Sóley è abile nel valorizzarne i punti di forza e nel rimbalzare facili stereotipi. “Mai dare nulla per scontato”, mi conferma quando le chiedo un commento sulle recenti dichiarazioni di Grimes. Risoluta e in transizione verso un nuovo capitolo solista, eccovi Sóley.

Foto di Anne Peeters.

Come sta andando la preparazione del nuovo disco?

Ci ho lavorato moltissimo, ma è ben lontano dall’essere finito. Ho cinque o sei demo pronte, ma nonostante si dica in giro che ho un nuovo disco in uscita non è affatto vero! Voglio pensare all’album nella sua interezza, per cui sono ancora in fase creativa. In tour non riesco a fare moltissimo. I nuovi pezzi sono molto tranquilli, questo posso dirlo.

A quali fonti di ispirazione di affidi per la scrittura dei tuoi brani?

Ascolto tanta, tanta musica e di ogni tipo. Leggo moltissima poesia, specialmente le composizioni dell’islandese Davíð Stefánsson. Sono poesie molto oscure. Quando ne sento il bisogno ne leggo una e torno subito al lavoro. E poi i sogni, ovviamente. Sogno moltissimo. Durante il tour faccio per lo più incubi: sogno di salire sul palco e nessuno strumento è attaccato alla spina, niente è pronto per cominciare.

Quando hai iniziato a scrivere musica?

Ho studiato musica a scuola fin da piccola e ho sempre avuto la sensazione che avrei continuato su questa strada, ovunque mi portasse. Non è certo stato il frutto del caso, piuttosto un processo che ho costruito passo dopo passo e che si è consolidato quando ho deciso di studiare composizione all’accademia delle arti. Sono assolutamente soddisfatta di aver scelto di essere una musicista. Non avessi fatto questo nella vita probabilmente vivrei in una fattoria circondata da animali.

Diresti che avere una preparazione musicale è piuttosto comune in Islanda?

Se vuoi imparare a suonare devi andare a scuola. Molti dei musicisti islandesi che conoscete non nascono nemmeno come tali, ma piuttosto come visual artists. È una cosa che mi piace! Quando non c’è una preparazione musicale formale alle spalle spesso si concepisce la musica in maniera diversa, si pensa fuori dagli schemi. Un visual artist vede decisamente la musica in maniera diversa da come la vedo io. Sindri (Seabear, Sin Fang) con cui collaboro da sempre, ad esempio, penso veda la musica a colori! (continua nella pagina successiva…)

 

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