lunedì, Gennaio 18, 2021

Trentemøller: del sogno di Pinky e d’altri incubi. L’intervista esclusiva.

Anders Trentemøller è un personaggio che, all’interno della scena elettronica, non ha bisogno di presentazioni. Salito alla ribalta all’inizio dello scorso decennio, durante la stagione della minimal techno, si è progressivamente allontanato dalla club music per intraprendere un percorso sonoro profondamente personale, che tutt’ora si rivela in continua evoluzione. Ad una serie di fortunati singoli segue nel 2006 il primo album, The Last Resort, che già contiene in nuce i germi del cambiamento. Nel 2008 i brani del disco vengono presentati dal vivo grazie ad una vera e propria band, mossa che segna il definitivo passaggio dell’artista danese alla forma canzone. Il secondo lavoro Into the Great Wide Yonder, pubblicato nel 2010, è frutto di un’indole compositiva completamente differente rispetto al passato. I brani sono qui ascrivibili alla categoria del rock elettronico tout court: la voce è ormai un elemento imprescindibile, la chitarra si integra perfettamente con gli algidi pad di sintetizzatore. La scena alternativa risponde con entusiasmo, un brano dell’album viene inserito all’interno della colonna sonora di La piel que habito di Almodovar e seguono collaborazioni illustri. L’ultima in ordine di tempo vede l’incontro con il regista americano  David Lynch, che assegna ad Anders un remix di Pinky’s Dream, brano di apertura del suo disco solista Crazy Clown Time , cantato da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs. Il DJ set tenuto dal musicista danese al Kindergarten di Bologna, lo scorso 2 Marzo, per uno degli eventi curati da Decibel (n.d.r. il prossimo, porta sempre al Kindergarten il trio olandese dei Noisia) ci ha fornito il pretesto per una lunga chiacchierata telefonica.

 

Mi piacerebbe cominciare con qualche domanda relativa alla tua recente collaborazione con David Lynch. Come sei entrato in contatto con lui? Ti ha chiesto espressamente di remixare  Pinky’s Dream oppure ti ha lasciato libero di scegliere il brano di “Crazy Clown Time” che preferivi? Come mai era interessato ad avere un tuo remix?

È stato un avvenimento fortuito, in effetti. Stavo suonando negli Stati Uniti con il mio gruppo, all’interno di uno showcase organizzato dalla radio KEXP. David Lynch era stato ospite in studio subito prima di noi, e la speaker mi ha detto che una collaborazione tra me e lui le sarebbe sembrata  assolutamente sensata. Pensavo che fossero cose dette tanto per parlare, ma il giorno dopo la stessa speaker mi ha scritto via e-mail che Lynch era effettivamente interessato ad una collaborazione con me, e che potevo scegliere il brano dell’album che preferivo. A quanto mi ha riferito a David piace la mia musica. Questo è davvero un grande onore per me, dato che io adoro i suoi film e il modo in cui utilizza la musica all’interno di essi.

In brani come The Very Last Resort, e ancor più chiaramente lungo tutto “Into The Great Wide Yonder”, il modo in cui usi le chitarre ricorda molto il sound tipico della musica surf anni ’50 e ’60,  eradicato dal contesto festaiolo e immerso al contrario in un’atmosfera onirica e cupa. In questo vedo delle similitudini con lo stile di Badalamenti e dello stesso Lynch. C’è stata un’influenza diretta della musica da cinema (penso anche a Tarantino), o della musica di Lynch in particolare?

Non credo di aver subito un’influenza diretta da parte di Lynch per quanto riguarda l’uso delle chitarre. Negli ultimi anni ho semplicemente riscoperto i miei vecchi vinili e ho ascoltato moltissima musica surf, specialmente Dick Dale. Questo si è riflettuto in maniera evidente sugli ultimi album. Probabilmente David ha subito l’influenza degli stessi autori.

Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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