mercoledì, Dicembre 2, 2020

Bjork – Vulnicura strings: la recensione

Bjork plasma le sommesse sonorità del suo ultimo album, adattandole ad una versione per canto e archi. In “Vulnicura” (l’album originale), fiacco era proprio il ridondante accompagnamento degli archi, che infarcivano ogni melodia di un pomposo barocchismo.
Reduce dalla traumatica separazione dal compagno e artista Matthew Barney, Bjork ha annegato il suo malessere nelle manipolazioni vocali e nei caleidoscòpici universi di “Vulnicura”,  fusione etimologica dei latini “vulnus” e “cura”, rifeendosi quindi alla “cura delle ferite”. Un’ora di dissonanze e funambolismo elettronico. “History of Touches”, “Stonemilker”, “Family” e “Notget” sfoggiano melodie seducenti, in cui i gorgheggi della cantante islandese si inarcano tra echi vorticosi, per poi dileguarsi in ritmi spezzati e parole piuttosto malinconiche. Eppure, l’intervento incessante degli strumenti ad arco gonfia ogni brano con magniloquenza, con code ingombranti, quasi interminabili loop che ricordano a tratti le colonne sonore di Philip Glass, con quegli archi sempre lesti ad affondare prepotentemente nei momenti più patetici.

A pochi mesi dall’album originale, Bjork ne pubblica già un remake, giocando sull’intreccio di voce e archi. L’effetto straripante dell’originale ne risulta inevitabilmente amplificato, senza tuttavia negare istanti garbati. In “Stone milker”, per esempio, la voce di Bjork inanella sequele di acuti, evocando note di solitudine, ma confondendosi infine nei consueti e monocordi archi. “Black lake”, nei suoi dieci minuti di durata, è forse il brano più riuscito, più pop e meno inaccessibile dell’intero album: quasi un declamato sincopato, un corteo di singhiozzi, di parole strozzate, su un tema che sfuma verso tortuosità accattivanti. “Mouth mantra”, che nella versione originale sfoderava un certo intervento elettronico, qui è un avvitamento di sovrapposizioni e distorsioni vocali. Si rincorrono forsennatamente i picchiettati di Bjork, mentre gli archi intervengono più blandamente e risuonano meno melensi e più secchi, quasi autoritari, dipingendo una composizione frammentata. Dalla mesta litania di “Lion song” si passa ad “Atomdance”, tutta giocata su pizzicati che richiamano vagamente la tagliente musicalità dello Shamisen giapponese
Il resto dell’album non decolla del tutto, complice forse una mancanza di incisività. La cifra dell’ultima Bjork sembra proprio questa: ripetersi, citare melodie pregresse ma declinate via via con sfumature diverse, ma mai con un linguaggio davvero stupefacente. Si è un po’ perso l’espressionismo tragico e commovente di “SelmaSongs” (2000), lo spumeggiante e tutto vocale sperimentalismo di “Medulla” (2004) o le trasognate risonanze di “Biophilia” (2011).

Edoardo Pelligra
Edoardo ha studiato filosofia in Italia e in Germania. Appassionato di opera lirica, scrive di musica e cinema e si occupa di ufficio stampa per il mondo della musica

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