giovedì, Settembre 29, 2022

Datashock – Keine Oase in Sicht: la recensione

È una summa di musica visionaria quella dei Datashock, collettivo tedesco in pista da almeno una decina d’anni, e il cui recente “Keine Oase in Sicht” che tradotto significa “Nessuna oasi in vista”, è il seguito ideale del precedente “Pyramiden von Gießen” pubblicato tre anni fa. Se è abbastanza semplice riferirsi alle radici nazionali della formazione guidata da Pascal Hector, membro fondatore originario e proprietario della Meudiademorte Records, etichetta conosciuta per pubblicazioni tra noise e improvvisazione, riconoscendo quindi le affinità con nomi come Amon Düül, i primi Popol Vuh, Klaus Schulze, è anche vero che l’interesse del combo sembra allargare la prospettiva ad un campionario vastissimo di esperienze percettive dilatate, tanto che l’incedere sciamanico di alcuni brani fa pensare alla forma ritualistica di Sylvester Anfang e a come i belgi in qualche modo avevano già a loro volta attinto dall’esperienza di Manuel Göttsching e dei suoi Ash Ra Tempel. Lungi da sembrare come un lavoro fuori tempo massimo, “Keine Oase in Sicht” si muove nel recupero di sonorità e suggestioni per creare un rutilante e schizoide calderone sull’immagine del deserto, che più che a dune, cammelli e ad analogie banalotte di una psichedelia da salotto, sembra invece riferirsi ad un travelogue ben più complesso come quello della fata morgana Herzoghiana, ovvero ad un’ipotesi di “miraggio” che nell’idea originaria si proponeva come ibridazione tra documento e science fiction; non è una suggestione peregrina, se si considera che una delle tracce contenute in “Keine Oase in Sicht” si intitola proprio “Fanta Morgana”. Come ulteriore conferma, la scelta di affiancare la title track ad un videoclip lancio che invece di servirsi delle analogie più semplici e dirette, cerca il deserto puntando lo sguardo verso una skyline metropolitana, tra luci ed epifanie elettriche. Se allora la forza sciamanica di “Der verschleierte helm des pharaooze” sembra evocare più l’outback Australiano per quel vibrato lontano che ricorda il digeridoo, mentre “Obsidian Karavan und die acht Drachmen” torna in medioriente,   “Ekstase der Warheit” ha la configurazione urbana della New York descritta dagli Arp Quadra di Alan Howarth e John Carpenter dove un sax tra Coleman, Coltrane e no-wave descrive un grido quasi animale, che emerge dall’ossessiva texture elettronica. “Keine Oase in Sicht” disegna quindi un’idea di deserto stratificata e immaginifica, e pur nella riconoscibilità filologica dei riferimenti, è un lavoro che esce da una sinestesia dalle analogie immediate, creando i presupposti per un linguaggio poetico che occorre avvicinare semplicemente lasciandosi trasportare dal flusso.

 

 

Donatella Bonato
Donatella Bonato
Veneta, appassionata di tutti quei suoni che alterano la percezione, si è laureata in storia dell'arte nel 2010 e alterna la scrittura critico-musicale al lavoro per alcune fondazioni storiche.

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