Death Vessel – Island Intervals, la recensione

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Joel Thibodeau torna a mettere insieme il progetto Death Vessel dopo uno iato di sei anni dall’ultima uscita discografica con questo nome. Tra Nothing is Precious Enough for us e questo ultimo lavoro c’è quindi un viaggio a Reykjavik in seguito all’invito ricevuto da parte di Jónsi, il cantante dei Sigur Rós e del produttore Alex Somers, che insieme a Samuli Kosminen dei Múm hanno contribuito al risultato di Island Intervals, complicando l’impalcatura quasi esclusivamente folk del primo capitolo Death Vessel e proiettando quel senso di vuoto e di sospensione già presente nella scrittura di Thibodeau su uno sfondo più orcherstrato.

Mentre Isla down, vera e propria “campfire song” è l’unico episodio che mantiene un ponte con il passato, tutto il resto insegue una maestosità che passa in rassegna il campionario sonoro che ci consente di identificare immediatamente il sound ormai tipico di certe produzioni Islandese, dai Sigur Rós, fino alle esperienze soliste di Jónsi passando per Ólöf Arnalds e la parata di clangori, campanacci e richiami creaturali dalla foresta in stile Björk periodo Vespertine.

Rispetto all’approccio intimo e pauperistico degli esordi Thibodeau sembra essersi fidato esclusivamente del timbro della sua voce, particolarmente adatto a questa deriva Islandese, e ha probabilmente spinto affinchè le cose si assestassero intorno ad un progetto già deciso a priori. Death Vessel perde allora in spontaneità, e nella possibilità di ricavare molta più forza dall’incertezza, eliminando ogni difetto e imperfezione del cuore con un dispositivo pop perfetto, curatissimo, a volte anche sorprendente, ma assolutamente freddo e normativo nei risultati, senza un picco emozionale degno di nota che esca da quest’ansia di perfezione.

Stefano Bardetti
Stefano Bardetti
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