venerdì, Ottobre 22, 2021

Echaskech – Origin: la recensione

I londinesi Dom Hoare & Andy Gillham conosciuti dietro la sigla Echaskech tornano con “Origin”, terzo capitolo della loro discografia, mantenendosi nell’area di un’IDM per le masse dal forte impatto sonoro e forzando i loro suoni in una direzione ancora più epica. L’introduzione di basso e chitarra, una maggiore tendenza a creare sfondi sonori analogici, il recupero di alcune sonorità vicine a Eno/Lanois periodo Apollo Soundtracks, con cui condivide l’ipotesi di un’esplorazione sonora di mondi distanti, fanno di “Origin” un lavoro apparentemente più suonato tanto da stare a metà tra una certa elettronica cinematica e l’alternanza di pieni e vuoti tipica delle band strumentali dei ’90, Mogwai su tutti.

Echaskech sciorinano una cultura notevole, fino a fondere John Hassel con una tamarrissima techno mediorientale nell’episodio forse più riuscito di tutto l’album (Form Function), nonostante questo la sensazione più forte è quella di aver a che fare con due abili manipolatori che non vanno oltre la messa in scena dei loro gusti come ascoltatori passivi. 

Piacevolissimo e ben realizzato, “Origin” tocca tutti i territori possibili già esplorati da Orbital, Mouse On Mars, Boards of Canada, giusto per citare alcuni dei numerosi riferimenti; e anche se smembra le tessiture house cacciandole in un pozzo di interferenze e suoni distanti, quando da questa voragine emergono le tastierine new romantic di “Anomie”, si comprende bene quanto il viaggio verso le origini sia solo una questione di maniera.

 

Donatella Bonato
Veneta, appassionata di tutti quei suoni che alterano la percezione, si è laureata in storia dell'arte nel 2010 e alterna la scrittura critico-musicale al lavoro per alcune fondazioni storiche.

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