giovedì, Luglio 18, 2024

Peter Broderick – These Walls of Mine (Erased Tapes, 2012)

Per quanto l’uomo di lettere si illuda di dominare la realtà attraverso il verbo, le infinite sfumature del linguaggio continuano a frapporsi tra il soggetto pensante e la sua opera di razionalizzazione del caos. Se persino le parole più banali sono soggette ad una miriade di interpretazioni differenti, va da sè che la confusione aumenta esponenzialmente quando analizziamo vocaboli dagli orizzonti semantici più vasti. Si consideri a titolo d’esempio l’aggettivo sperimentale. Per il sottoscritto il termine è indissolubilmente connesso all’immagine di un martello pneumatico che perfora il pavimento di un teatro vuoto. In linea di massima questo tipo di performance costituisce il requisito minimo che mi permette di collegare un determinato gesto artistico alla parola in questione. Ciò detto, l’ascolto di These Walls of Mine ha sconvolto ogni mio parametro di giudizio. L’ultima fatica del prodigo Peter Broderick è a tutti gli effetti un disco pop, privo di quelle asperità che chi scrive tende ad associare al concetto di avanguardia: quando non emulano stilemi black più o meno abusati, i brani prendono la forma di delicate composizioni per chitarra acustica. La natura sperimentale dell’opera, tuttavia, emerge con forza non appena si estende l’analisi critica ai processi che ne hanno guidato la realizzazione. L’intento dichiarato di Broderick è infatti quello di rielaborare frammenti testuali che, opportunamente plasmati, dovrebbero evolversi in canzoni vere e proprie. La musica arriva dunque in un secondo momento, sviluppandosi in base alle suggestioni e agli eventuali vincoli esercitati dal testo. In alcuni casi gli esiti di tale modus operandi sembrano confermare il vecchio adagio, secondo il quale non tutte le ciambelle escono col buco, ma non è questo che ci interessa sottolineare. Molto più intrigante è constatare come un’operazione di questo tipo presenti risvolti imprevisti per chi decide di metterla in pratica. Nella maggior parte dei casi, in effetti, i testi in questione non sono elaborazioni originali dell’autore ma stralci di conversazioni, estrapolate dai contesti più svariati. E dunque, non necessariamente parole che riflettono il vissuto personale di Broderick – come la tradizione cantautoriale richiederebbe – quanto piuttosto sentenze “neutre” che lo costringono a lavorare a soggetto. Così una e-mail che annuncia la scomparsa di un felino domestico (Freyr!) offre il pretesto per la genesi di una ruspante ballata folk, mentre un esperimento di scrittura creativa “aperta” – lanciato sul sito dell’artista e accolto con entusiasmo dai fan – può evolversi lungo traiettorie funk-pop dal retrogusto ’80s (When I Blank I Blank). Ovviamente in tale contesto la sensibilità melodica di Broderick – abilissimo nel portare alla luce la musicalità intrinseca delle locuzioni più disparate – gioca un ruolo non da poco, così come riveste un peso notevole la sua formazione accademica. Tuttavia il mestiere non prende mai il sopravvento sulla spontaneità, e l’opera raggiunge un miracoloso compromesso fra progettualità a tavolino ed espressività naive. Non bisogna dimenticare che l’album è stato assemblato a partire da registrazioni quasi esclusivamente casalinghe, frutto di analisi empiriche portate avanti con intenti squisitamente documentaristici. La title-track costituisce un chiaro esempio di tale procedere giocoso ed amatoriale: il testo, annotato poche ore prima su di un foglio di carta, viene da prima recitato con inflessione asettica, quindi scandito su una base secondo i dettami dell’hip-hop. Allo stesso modo l’eterea I’ve Tried, Proposed Solution to the Mistery of the Soul e Til Danmark devono essere lette come esercitazioni sul tema, presentandosi rispettivamente come aggiornamenti della tradizione soul, blues e gospel. Broderick dimostra nel complesso la capacità di spalancare una finestra sul proprio universo interiore e ciò sorprende, a maggior ragione se consideriamo che lo fa affidandosi principalmente alle parole di altri. Il disco da cameretta definitivo.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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