{"id":28825,"date":"2013-09-13T03:22:21","date_gmt":"2013-09-13T01:22:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/?p=28825"},"modified":"2013-09-14T15:57:29","modified_gmt":"2013-09-14T13:57:29","slug":"david-byrne-e-st-vincent-nudi-il-live-al-teatro-verdi-di-firenze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/coverstory\/david-byrne-e-st-vincent-nudi-il-live-al-teatro-verdi-di-firenze.html","title":{"rendered":"David Byrne e St. Vincent: Nudi, il live al Teatro Verdi di Firenze"},"content":{"rendered":"<p>Quando la <strong>Warner<\/strong> pubblic\u00f2 l&#8217;album che chiudeva definitivamente l&#8217;esperienza <strong>Talking Heads<\/strong>, fu un piccolo shock positivo;\u00a0 la band di Byrne\/Harrison\/Weymouth \/Frantz prima di <strong>Naked<\/strong> sembrava ormai essersi dedicata ad una revisione personalissima del pop statunitense, lasciandosi dietro quel sound concepito e condiviso con <strong>Brian Eno<\/strong> tra minimalismo elettronico, poliritmie africane, sciamanesimo e nevrosi urbana occidentale; se <strong>Speaking in Tongues<\/strong> era la versione gi\u00e0 digerita e semplificata della breve stagione precedente, <strong>True Stories<\/strong> raggiungeva momenti quasi FM, tanto era assorbito dallo storytelling di <strong>Byrne<\/strong> funzionale alla struttura episodica dell&#8217;omonimo film da lui diretto.<\/p>\n<p><strong>Naked<\/strong>, in modo del tutto diverso e pi\u00f9 &#8220;crudo&#8221;, acchiappava nuovamente il groove di <strong>Remain in light<\/strong>, riducendo l&#8217;elettronica ad un paio di episodi ed esprimendo in forma meno contaminata e pi\u00f9 diretta l&#8217;amore per <strong>Fela Kuti<\/strong> con l&#8217;impiego di un&#8217;imponente sezione fiati; la prima met\u00e0 dell&#8217;album sintetizzava tutta la storia originaria dei Talking Heads in versione pi\u00f9 &#8220;acustica&#8221; anticipando allo stesso tempo le derive &#8220;world&#8221; del Byrne solista, dall&#8217;africa di <em>Blind<\/em>, all&#8217;Hawaiian sound di <em>Totally Nude<\/em> fino a quel mix tra Broadway e ritmi latini che \u00e8 la magnifica <em>Mr Jones<\/em>, brano perfetto per la performance di un crooner sghembo.<\/p>\n<p>Dopo essersi incontrati per una performance live, <strong>David Byrne<\/strong> e <strong>Annie Clark<\/strong> danno inizio alla lunga gestazione di <strong>Love This Giant<\/strong>, portando avanti un tipo di scrittura che nelle intenzioni avrebbe dovuto svilupparsi intorno ad una line-up arricchita da una consistente sezione fiati, la stessa che sul palco da vita ai brani di un album concepito sostanzialmente per la trasformazione live.<\/p>\n<p>Un piccolo ritorno al futuro nella storia di Byrne che dal vivo recupera la forma essenziale e &#8220;nuda&#8221; del groove ri-arrangiando, letteralmente, anche i brani di <strong>St. Vincent<\/strong>;\u00a0 sfido chiunque abbia ascoltato con attenzione la bellissima versione di <em>Marrow<\/em> eseguita ieri sera in un <strong>Teatro Verdi<\/strong> al completo a non aver riconosciuto il tocco dell&#8217;ex Talking Heads nel concepire una regia invisibile e discreta come la sua posizione sulla scena, ma assolutamente padrona dell&#8217;intera serata.<\/p>\n<p>Quell&#8217;insieme di trombe, sax, corno francese e Sousafono ha consentito la fusione di due esperienze in un gioco sincretico, tanto che il riconoscimento di paternit\u00e0 dei brani era probabilmente determinato solamente dalla forza incancellabile della memoria collettiva; impossibile non afferrare gli spettatori per i capelli con brani a &#8220;presa rapida&#8221; come <strong>Road to Nowhere<\/strong>, <strong>Wild Wild Life<\/strong>, <strong>Burning Down The house<\/strong>, paradossalmente tutti precedenti all&#8217;album dei Talking Heads che si sarebbe avvicinato maggiormente alle scelte sonore di <strong>Love this giant<\/strong>.<\/p>\n<p>E se la versione di <em>Northern Lights<\/em>, con quella lotta tra i due, condotta a colpi di un esilarante Kung Fu, utile per alterare le isofrequenze di un Theremin collocato al centro, ci ha fatto pensare, in forma pi\u00f9 ludica, al modo in cui Byrne ha utilizzato il suo corpo lungo tutta la sua carriera, ovvero\u00a0 come territorio di confine tra organico e inorganico esattamente come i corpi-strumento di <strong>Laurie Anderson<\/strong> e <strong>Peter Gabriel<\/strong> (chi si ricorda <strong>This is The Picture<\/strong> nell&#8217;esperimento satellitare di <strong>Nam June Paik<\/strong>?), <strong>Annie Clark<\/strong> se non &#8220;<em>actor out of work<\/em>&#8220;, ci \u00e8 sembrata parte di un concept che riassumeva in fondo la storia migliore di Byrne, da cui, che lo si voglia o no, proviene anche il suo modo di comporre.<\/p>\n<p>La conclusione del concerto, quando Byrne e la Clark sono gi\u00e0 scomparsi insieme alla line-up di base, \u00e8 affidata ai fiati in versione &#8220;marching band&#8221; che si confondono tra gli spettatori della platea, sembra davvero un frammento di <strong>True Stories<\/strong>, quando la <strong>St. Thomas Aquinas Elementary School<\/strong> emerge dal deserto per poi scomparire subito dopo, in un&#8217;esecuzione bandistica di &#8220;<em>Hey Now<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>Aveva ragione Annie Clark nel ringraziare Byrne, anche da parte di tutti i presenti, per esser stato la colonna sonora delle nostre vite.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un Teatro Verdi al completo, David Byrne ritrova il groove della sua vita, nudo. Annie Clark diventa un pezzo della sua storia.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":60788,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[510,520,515],"tags":[],"class_list":["post-28825","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-coverstory","category-eventi","category-ienews"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28825","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=28825"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28825\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/media\/60788"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=28825"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=28825"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=28825"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}