Home alcinema Marlina, omicida in quattro atti di Mouly Surya: la recensione in anteprima

Marlina, omicida in quattro atti di Mouly Surya: la recensione in anteprima

La crudele avventura di Marlina, donna indonesiana rimasta vedova, inizia proprio dentro le mura di casa, con l’arrivo improvviso di un gruppo di uomini sconosciuti. Questi la costringono a preparare la cena, quindi il capobanda, il losco Markus, le spiega in tutta tranquillità quelle che sono le loro intenzioni: la donna sarà derubata del suo denaro e del bestiame, quindi verrà stuprata a turno da ciascuno dei banditi.

Marlina da parte sua affronta la tesa situazione con uno sguardo duro e un’espressione fredda, ha gli occhi di chi sta prendendo la mira prima di partecipare ad uno scontro a fuoco. Non avviene niente di simile, ma il paragone assume una certa coerenza in questo film che è stato proprio definito un “western al femminile”: Marlina infatti prende in mano la situazione, ribaltando le carte in tavola e uccidendo gli assalitori con una cena avvelenata. A Markus, il solo che riesce infine a toccare la donna, spetta un destino speciale: lei, quasi come una moderna Giuditta, gli taglia la testa nel pieno della violenza sessuale, portandola con sé fino ai minuti finali del film come un macabro trofeo del proprio coraggio. Due banditi riescono comunque ad allontanarsi dalla casa con il bottino: saranno loro a braccare la donna per l’isola per recuperare la testa del loro capo, mentre lei tenta disperatamente di far in modo che venga fatta giustizia.

Una giustizia che, come nella migliore tradizione cinematografica delle storie di vendetta è fin troppo timida quando garantita dalle forze di polizia, mentre è efficace e catartica se conquistata con le proprie mani. La denuncia ufficiale di Marlina è rallentata dalla burocrazia e resa difficile dall’atteggiamento degli agenti uomini, che sembrano più interessati a sapere il numero esatto di assalitori piuttosto che mostrare solidarietà alla vittima, la quale tra l’altro non può dimostrare la violenza prima di essere visitata da un medico. La sua parola non conta nulla.

È chiaro che la storia individuale di Marlina, se si considera l’attuale condizione sociale della donna nello Stato indonesiano, assume le forme di un importante grido di denuncia dall’ampio respiro. La regista trentasettenne Mouly Surya imposta dunque un film tutto incentrato sulla forza della sua protagonista, una figura forte e ostinata «ispirata dall’immagine delle donne che ho incontrato sull’isola di Sumba» ha raccontato la regista e che riassume in sé caratteri tradizionalmente virili. Da un punto di vista cinematografico, ecco allora giustificata l’attribuzione dell’etichetta di western per questo Marlina, omicida in quattro atti: virilità, sangue freddo e storie di vendetta sono elementi topici di questo genere, riformulati in questa pellicola al fine di far emergere un personaggio femminile forte, protagonista di una quotidiana sfida contro quella discriminazione tra sessi che è ancora molto sentita nel paese della regista.
I suggestivi paesaggi dell’isola di Sumba fanno da scenario ad un racconto di sangue e violenza che dichiara attraverso le immagini i propri modelli cinematografici: Marlina procede a cavallo lungo strade deserte come gli anti-eroi solitari di Leone e Eastwood, mentre la testa mozzata non può non rievocare quella di Alfredo Garcia presente nel film di un altro grande regista di western, Sam Peckinpah.
Se i riferimenti cinematografici si lasciano apprezzare per il modo in cui vengono trasposti,  il film manca forse del giusto ritmo, caratteristica che sembra in effetti non desumere dalla tradizione alla quale fa riferimento. La suddivisione in quattro atti (La rapina, Il viaggio, La confessione, Il parto) introduce una scansione narrativa tipica del racconto pulp, tra romanzo e fumetto, che qui perde di efficacia perché non supportato da un intreccio sufficientemente accattivante.

Manca l’azione e la tensione non si alza mai quanto basta per trascinare davvero lo spettatore dentro la storia, condividendo la passione della protagonista. Forse allora la storia di rivalsa di questa povera ma determinata vedova indonesiana sente troppo il peso di un’etichetta di genere così legata a ritmi e personaggi diversi. Si sente la mancanza di un personaggio davvero carismatico, capace di rivestire con ancora più prepotenza i panni della vendicatrice e in questo senso la storia del cinema ha già offerto una serie di ottimi esempi, specialmente legati al cinema orientale. Al di fuori di un discorso di genere, la storia di Marlina diretta da Mouly Surya richiama comunque l’attenzione su di sé come atto di denuncia e come interessante tentativo registico, in cui raccontare quello che potrebbe essere un comune fatto di cronaca secondo uno stile che, lontano da sensibilità documentaristica, si ispira con intelligenza alle derive più violente del cinema contemporaneo, senza tuttavia coglierne a fondo quel potenziale catartico che dovrebbe caratterizzarlo.

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