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The Card Counter (Il collezionista di Carte) di Paul Schrader: recensione, #Venezia78 – Concorso

The Card Counter è un film meccanico, disseminato di intuizioni folgoranti ma assolutamente ordinario nel risultato complessivo. Per Marcello Bonini, uno dei film meno riusciti di Paul Schrader. In concorso a #Venezia78

00668_FP_CARDCOUNTER Tiffany Haddish stars as La Linda in THE CARD COUNTER, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC

Nonostante siano passati quasi vent’anni, il cinema non ha praticamente mai raccontato lo scandalo di Abu Ghraib, quando si scoprì che durante la guerra in Iraq membri dell’esercito statunitense e della CIA ricorrevano sistematicamente alla tortura sui prigionieri delle carceri militari. Sono stati realizzati film su vicende drammatiche antecedenti o successive, ma Abu Ghraib è un grande rimosso nella cultura occidentale, qualcosa evidentemente ancora troppo complesso o spaventoso da elaborare.

Che Paul Schrader per primo o quasi abbia deciso di rompere questo silenzio è un grande pregio della sua ultima opera, The Card Counter. Non è un film specificamente sugli orrori di quel carcere, tema di sfondo della storia, perché esso ruota attorno a una delle grandi passioni di Schrader, il poker. Ma anche il poker è una scusa per portare avanti un discorso che il regista ha iniziato sin dai tempi delle sue primissime sceneggiature, quelle di Yakuza e soprattutto di Taxi Driver.

Bill è un giocatore professionista di poker, sempre in viaggio da casinò a casinò per partecipare a gare e tornei. Bill è anche un ex militare, uno di quelli visibili nelle foto di torture di Abu Ghraib, e per quelle immagini è stato in prigione, al contrario dei suoi superiori, mai ritratti in fotografia e quindi mai incriminati. Viene avvicinato da Cirk, figlio di un suo commilitone finito a sua volta in carcere e poi suicidatosi. Il ragazzo vorrebbe lo aiutasse a vendicarsi, torturando e uccidendo l’uomo che ha addestrato suo padre e Bill senza mai pagarne le conseguenze, il maggiore Gordo. Da qui inizia il percorso di redenzione dell’ex torturatore, che prende Cirk sotto la sua protezione per farlo desistere dai suoi intenti, ripromettendosi di vincere abbastanza denaro per permettergli di riprendere il college.

Bill ricalca il Travis Bickle di Taxi Driver: sono due reduci traumatizzati dal passato in cerca di una nuova vita, nella quale però la violenza sembra poter penetrare da un momento all’altro. Se la mano che ha scritto i due film è la stessa e si vede, non è la stessa quella dietro l’obiettivo.

Lo scarto tra Scorsese e Schrader è evidente. The Card Counter è un film meccanico, dove i personaggi fanno determinate scelte perché la storia lo vuole e non perché abbiano una valida ragione; anche l’improvvisa storia d’amore tra Bill e la sua sponsor sembra nascere dal fatto che lei sia l’unico personaggio femminile più che da una reale attrazione tra i due. In una così storia raccontata è impossibile la costruzione di un ritratto umano complesso, e se il trauma di Bill può emergere almeno in parte è solo grazie a delle buone intuizioni visive.

Schrader trova infatti un modo intrigante per mostrare il contrasto tra il presente e il passato. Il Bill odierno si muove negli ambienti luminosissimi e dorati dei casinò, dove è ambientata la quasi totalità del film. Sono luoghi diversi ma che si susseguono tutti uguali uno dopo l’altro, sulla cui superficie lui scivola senza mai venirne risucchiato, in pieno controllo della situazione. Il modo in cui sono messi in scena i flashback è diverso, speculare e straniante: sono girati con una camera per la realtà virtuale, le cui immagini sono però appiattite sullo schermo bidimensionale della sala cinematografica, lasciando la deformazione che schiaccia la parte alta e quella bassa del fotogramma e “appallottola” i bordi laterali.

Quella così ricreata è una realtà surreale che sembra avvolgere lo spettatore e divorarlo come il suo ricordo divora Bill. I due mondi, lontanissimi anche nella resa fotografica e sonora (luce/buio, oro/deiezioni, suoni/rumori) sembrano inconciliabili, ma basta conoscere appena il cinema di Schrader per essere consapevoli che la loro collisione è inevitabile.

Gli elementi per non scartare frettolosamente The Card Counter ci sono, dunque, e questo spiega gli applausi ricevuti alla Mostra del Cinema di Venezia. Difficile però considerarla un’opera compiuta. A lunghi tratti è un mediocre film sul poker, il cui sottotesto (psicologico, politico) non riesce a trovare spazio, confinato nelle brevi sequenze degli incubi e mai portato in superficie dal personaggio di Cirk, nelle intenzioni dell’autore l’elemento di rottura nella nuova tranquillità di Bill ma che non riesce ad andare oltre alla funzione narrativamente standard di figlio putativo.

Solo nel finale la grandezza degli intenti rompe la modestia del risultato; solo per un attimo, però, perché nei suoi ultimi momenti The Card Counter rientra nei binari dell’ordinarietà.

Paul Schrader ha sempre voluto essere un provocatore e dire ciò che nessun altro dice. Ci riesce solo nei suoi film migliori. La tragedia di Abu Ghraib avrebbe meritato qualcosa di più.

The Card Counter di Paul Schrader (USA – 2021 – 112 min)
Interpreti: Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe
Sceneggiatura: Paul Schrader
Fotografia: Alexander Dynan
Montaggio: Benjamin Rodriguez Jr.
Scenografia: Ashley Fenton
Costumi: Lisa Madonna
Musica: Giancarlo Vulcano, Robert Levon Been

RASSEGNA PANORAMICA
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Marcello Bonini nasce a Bologna nel 1989. Insegnante, fa il montatore per vivere. Critico Cinematografico, ha scritto per diverse riviste di cinema e pubblicato una raccolta di racconti. Fa teatro e gira cortometraggi.
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