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Beware The Dona Ferentes di Daniele Pezzi – Pesaro 54: l’incontro con l’autore

Daniele Pezzi è un habituè della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, premiato nel 2004 per Travelgum e presente lo scorso anno nella sezione Satellite con Tiresias, film urgente, politico, che documenta una travagliata ricerca dell’Io, ha portato in concorso alla 54esima edizione il suo Beware The Dona Ferentes, ritratto di un performer noise underground (Michele Mazzani, alias Dona Ferentes) che il regista conosce molto bene: “l’ho seguito per dieci anni fino a ritrovarmi a visionare i materiale per rendermi conto che c’era qualcosa in essi che andava oltre la semplice documentazione”, racconta. “Questo film è una sorta di documentario sperimentale sul rumore, sia sonoro sia visivo, in riferimento non solo alla musica di Michele Mazzani, ma anche a tutto ciò che inonda le reti, video prodotti con cellulari, macchine fotografiche. Ho utilizzato infatti nel corso degli anni tutti i mezzi che avevo a disposizione senza riflettere su qualità e definizione, cercando poi di mettere tutto assieme”.

E’ un lavoro questo che ha appunto avuto una lunga gestazione. C’è, nel tempo, un percorso di ricerca che è tuo, parallelo a quello di Michele.

“Quando ho iniziato a riprendere Michele lavoravo soltanto in miniDV facendo la cosiddetta videoarte, sempre affascinato dalle varie macchinette e cellulari che uscivano continuamente. E’ nato in modo inconsapevole il fatto di documentarlo, ogni volta che andavamo da qualche parte e lui si metteva a suonare finivo sempre per riprenderlo, era una cosa istintiva. Parallelamente stavo cercando il mio modo di fare cinema. Nel corso di questo tempo (dal 2008 al 2018) c’è stato un gap di tre anni in cui ho viaggiato, l’abbiamo colmato grazie a Michele in fase di montaggio integrando tutto il materiale che lui stesso aveva girato, pur non interessandomi vedere tutto documentato. Il film è infatti anche un compromesso con lui rispetto a quello che posso o non posso far vedere.”

Un film inevitabilmente sul rumore, un po’ perché Dona Ferentes lo genera, un po’ perché tu stesso, volendolo seguire o volendo seguire te stesso, produci rumore attraverso l’immagine. C’è una continua scomposizione, cesura della visione.

“Ho cercato di essere fedele a quello che è il punto di partenza di Dona Ferentes: dare fastidio, andare alle feste per far scappare via la gente. L’ho sostenuto nelle immagini fino quasi allo sfinimento. Il sound designer è stato fin troppo bravo a ripulire il troppo eccesso.”

Che supporti avevi per registrare l’audio?

“Avevo l’audio in camera, cioè nei cellulari e nelle varie macchine fotografiche, e le uscite discografiche di Michele, che sono pessime per sua volontà personale. Registra tutto quanto nelle cassette. E’ stato un lavoro certosino riuscire a sistemare tutto per far si che il rumore non fosse solo fastidio, che potesse essere ascoltato.”

Si nota una ricerca anche orrorifica di una visione che possa disturbare. La trovo molto rispecchiata nella scelta di inziare con il necronomicon che evoca l’arrivo dei demoni e chiudere con un’immagine “twinpeaksiana” di lui che si dissolve nella performance.

L’inizio del film è nato in realtà quasi per caso, ma lo stesso titolo richiama in qualche modo i film horror, “Dona Ferentes” di seguito a “Beware” assume i tratti del nome di un mostro. D’altronde Michele è considerato da chi non lo conosce una persona inquietante. Io ho cercato di contraddire questo disgusto che si attribuisce alla musica black, metal, noise, con la sua dote più grande, ovvero il cinismo che è alla base del film. Legge il Breviario del caos una volta l’anno, studia filosofia, il modo in cui concepisce il suono è legato anche a queste sue idee.

Sembra che il vero Michele, oltre la vita di tutti i giorni in cui lavora come postino, sia Dona Ferentes, quello che, come tu ci mostri, guida in un videogioco senza sapere bene come. Ci sarà stata un’identificazione forte tra voi due, viene da chiedersi se anche la tua biografia è noise, se ti senti un po’ postino nella vita quotidiana.

Quando ho un progetto in testa, il progetto guida. Nel caso di un documentario il rapporto con il soggetto si costruisce insieme al soggetto in modo da rispettarlo, è una regola che mi pongo. Condivido questa idea di sdoppiamento ravvisabile in lui. Nel mio caso, questo film è molto diverso da quello che ho fatto prima. E’ stata un’occasione per sviluppare tutta una serie di progetti che avevo in testa, legati ai ribelli, all’underground, sulla libertà di parola, di espressione; con tutti questi lavori il mio tipo di estetica, fatta dall’inquadratura sbagliata, dall’immagine brutta, si sposa, ho iniziato a studiarla in questi video e qui ho cercato di approfondirla. Per quel che mi riguarda cerco insomma di non essere scisso, il più possibile un’unità, certo non è facile per nessuno.

Nel corso di dieci anni vediamo Dona Ferentes in una sorta di fissità rispetto al tempo che passa. Questo suo immobilismo ti ha in qualche modo toccato?

Per me è sempre stato una sicurezza, è stabile, solido. Io, scappato dall’Italia, quando sono tornato sono tornato su di lui perché è un punto di riferimento nel suo essere così trasparente, è un grande onore avere una persona del genere vicino.

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