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Locarno 67 – Listen Up Philip di Alex Ross Perry

Alex Ross Perry è imbevuto di cultura letteraria. “Listen up philip” viene dopo due film a basso budget, il primo uscito nel 2009 e intitolato Impolex, ispirato in parte a Gravity’s Rainbow di Thomas Pynchon, il secondo, The Color Wheel, presentato nel 2011 proprio a Locarno nella sezione Cineasti del Presente e debitore, per stessa ammissione di Perry, dell’universo di Philip Roth. Riferimenti che tornano in questo nuovo film, il più esplicitamente metaletterario del regista americano. Protagonista uno scrittore interpretato da Jason Schwartzman, da poco reduce dalla pubblicazione del suo secondo libro, fidanzato con una nuova promessa della fotografia (Elisabeth Moss) che di fatto lo mantiene. Philip è un uomo caustico, in guerra con tutti e con una carica negativa micidiale. L’unico dialogo che riuscirà ad instaurare è quello con un vecchio scrittore interpretato da Jonathan Pryce e incapace come lui di vedere il lato positivo delle cose. Un incontro che servirà solamente a corroborare il narcisismo del nostro, destinato a farsi terra bruciata intorno e a finire la sua carriera come insegnante di scrittura creativa. Alex Ross Perry rinuncia alla centralità vera e propria del personaggio (ispirandosi a The Recognitions di William Gaddis) immergendo i piccoli frammenti che costituiscono il plot in una dissipazione della struttura narrativa tutta novecentesca e probabilmente molto vicina alla verbosità “mumblecore” invece che alle possibilità del flusso di coscienza. Recuperando strategie molto più radicate nella letteratura vittoriana come per esempio l’utilizzo della voce fuori campo con il compito di delineare il personaggio all’interno di un contesto, si allontana dalla costruzione del racconto classico, entrando e uscendo dalla soggettiva dei personaggi con una serie di espedienti metanarrativi che fermano l’azione, la riavvolgono, la spiegano oppure l’assimilano ad alcune derive soggettive, aggiornando sostanzialmente la forma Newyorchese, colta fino alla nausea, programmaticamente cinica, postmoderna e desolata del racconto Alleniano.

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