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Concorso Pesaro52 Nuovo Cinema. Premio Lino Micciché. Rain the color Blue with a Little Red in it di Christopher Kirkley

Quello di Mdou Moctar, musicista e cantante Tuareg di Abalak, nel deserto Azawagh, Niger, con Christopher Kirkley, americano di Portland che si definisce “ esploratore gentiluomo / musica archivista / artista / curatore /e occasionale dj ” è stato un incontro all’incrocio di due strade partite da molto lontano ma inevitabilmente destinate a toccarsi.
La storia di Mdou Moctar nasce e cresce in un’Africa poco conosciuta, fuori dagli stereotipi e lontana dalle cronache dell’orrore fornite giornalmente dai media.
Splendidamente fotografata da Jerome Fino, restituisce alla vista i colori caldi del deserto, la leggerezza vaporosa e cangiante dei costumi, la folla variopinta dei suk e la bellezza dei suoi giovani, donne e uomini dallo sguardo blu.
E’ un’Africa economicamente arretrata e faticosamente in marcia verso il futuro, ma è anche una terra che conserva intatte tutte le sue tradizioni, orgogliosa di non disfarsene sull’altare della globalizzazione. Non rinunciare a vivere il presente ma servirsene nel modo più opportuno è dunque la filosofia dei suoi giovani, oggi.
Parliamo di cellulari, l’unica possibilità, in un mondo senza connessioni Internet affidabili, di condividere files musicali. Dispositivi tascabili di comunicazione contenenti foto, video e, soprattutto, librerie musicali, sono parte integrante della vita di tutti i giorni. Più che in altre zone del mondo, è il bluetooth il mezzo più diffuso per scambiare musica. Normale, perciò, che intorno a questo mezzo si affolli un popolo di artisti di vario livello e bravura in cerca di fama e soldi, e Moctar è tra questi.
In giro per anni nel Sahel, vasta area geografica fra Senegal, Mali, Mauritania e Niger, alla ricerca di musica, Kirkley ha intercettato un orizzonte inatteso di musica popolare contemporanea in felice connessione con il panorama tecnologico locale. La rete commerciale di telefoni cellulari e schede di memoria in Africa occidentale contiene di tutto, da musica per matrimoni e raduni politici a raffinate ricerche di musica psichedelica, bisognava solo che arrivasse qualcuno in grado di scoprire, nelle piccole e polverose città ai margini del deserto, un cuore dinamico da trasformare in un business di portata mondiale.
E’ nata così l’etichetta Sahelsounds, casa discografica iniziata come un blog nel 2009 per condividere registrazioni sul campo. Oggi la sua pagina web dice: “ Il blog continua come documentazione di registrazioni, come una piattaforma per esplorare le arti e la musica della regione attraverso un non tradizionale lavoro sul campo etnografico”, ma intanto le compilations di musica Tuareg per cellulari si sono moltiplicate e hanno attirato sponsor e attenzioni massmediatiche.
Fra i non pochi chitarristi Tuareg, spesso rivali tra loro e impegnati in competizioni vissute senza esclusione di colpi, Mdou Moctar emerge. Lo stile non convenzionale, la ricerca di strade nuove nel genere che si può definire desert blues e un talento musicale felicemente coniugato ad un magnetismo che cattura quando è sulla scena, hanno fatto di lui un fuoriclasse.
La storia che Kirkley costruisce intorno alla sua figura si muove tra fantasia e realtà, il pretesto narrativo s’innesta su uno spaccato sociale ben noto al regista vissuto per anni in quei posti e il caso di pirateria informatica di cui è vittima Moctar, a cui rubano la nuova canzone tramite cellulare, non dev’essere tanto raro. Svolta chiave nel flusso narrativo, in un mondo non protetto da copyright, dove i concorsi si svolgono dentro baracche messe su alla meglio e tutto è all’insegna dell’improvvisazione, il talento di Moctar è vittima predestinata di rivali con pochi scrupoli.
Nel privato non sembra andargli meglio, in famiglia ha vita difficile a causa di un padre severo e tradizionalista per cui la vita di un chitarrista è poco meno della vita di un delinquente e così, da buon padre padrone, un bel giorno gli brucia la chitarra.
Ma il colpo di scena non tarda ad arrivare e, come in ogni ottimo racconto che procede lineare fornendo tutti gli ingredienti per attrarre (suspence, tocco romantico all’arrivo della bella del luogo, sguardo attento su usi e costumi, centralità dell’ “eroe” ma buona focalizzazione dei personaggi minori), sarà la svolta risolutiva e la magia della vita reale riprenderà il sopravvento.
Paese inedito dove kalashnikov e gommoni carichi di migranti sono mostri lontani, l’Africa di Kirkley riesce a non sembrare un’utopia, e cellulari, chitarre e motociclette un  orizzonte alternativo e possibile.

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