Home festivalcinema Berlinale-66 Soy Nero di Rafi Pitts – Berlinale 66: Concorso

Soy Nero di Rafi Pitts – Berlinale 66: Concorso

Per Rafi Pitts, cineasta anglo-iraniano, è la terza volta a Berlino dopo It’s Winter e The Hunter e per la terza volta, gli spazi filmati subiscono una derealizzazione che li rende alieni e famigliari allo stesso tempo, geograficamente distanti, ma anche sovrapponibili. In questo senso la geografia visiva di Pitts si avvicina al medio oriente di Amir Naderi ricombinato ai margini della strip principale di Las Vegas. Ma se nel cinema del collega è l’ossessione immersiva di uno scavo inesorabile che plasma ed eventualmente distrugge il paesaggio, Pitts si muove spesso sulla superficie e la percorre come se si trattasse di una deriva chiusa nella dimensione onirica. Era così per The Hunter, lo è in modo più marcato in questo Soy Nero dove Messico, Los Angeles e quello che potrebbe essere un confine arbitrario nel deserto iracheno, diventano le stazioni di un percorso di perdita identitaria sin troppo chiaro e didascalico.
Non si nega a Pitts la capacità di inventarsi un cinema affascinante che cerca di fare del viaggio qualcosa di diverso da un percorso di formazione, elaborando al contrario una sorta di flanerie negativa, ma Soy Nero ci è sembrato ancora più chiuso degli altri film nella costruzione di uno spazio metaforico, prendendo tra l’altro in prestito, nella parte messicana, alcune suggestioni visive che abbiamo visto, con ben altra potenza nel bellissimo Sicario di Denis Villeneuve, cineasta che ha fatto del processo di esplorazione delle terre di confine tra spazio geografico e dimensione mentale, qualcosa di molto diverso da un “sistema”.
Rafi Pitts diventa con Soy Nero negativamente sistematico, avvicinando questi spazi incongrui ad una scopertissima allegoria sull’impermanenza dei confini, sulla perdita della propria identità, sull’essenza di un nomadismo migrante che ci coinvolge tutti.
In questo senso è molto preciso quando segue Nero Maldonado nel suo viaggio in macchina oltre il confine messicano, con quel cittadino americano che sarà sottoposto a sua volta ad un controllo, simmetricamente riproposto quando sulla soglia di casa del fratello Jesus, Nero sarà costretto a numerosi attraversamenti di un confine, scavalcando il cancello e in seguito indotto a lasciare la villa con una carta di identità falsa, per la messa in scena di Jesus e della compagna Mercedes.
Lo stesso salto da Los Angeles al deserto iracheno, viene in realtà chiuso in uno spazio autonomo dal funzionamento molto chiaro. Sia da un punto di vista esogeno, con i continui riferimenti di Nero al suo desiderio di diventare cittadino americano servendo la patria, sia in termini endogeni per il modo in cui viene sviluppata una drammaturgia dello spazio simile ad altri film bellici dove il nemico è un riflesso del proprio punto di vista.

Pitts sembra recuperare forza nell’ultima parte dove Nero è costretto ad una peregrinazione a vuoto ritornando ad occupare la condizione iniziale di esule, un’immagine dolente che non ha bisogno di definizioni precise se non quelle di un movimento libero nello spazio, breve apertura di un cinema costruito per blocchi

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