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Café Society di Woody Allen: la recensione

Amazon ha messo ben 30 milioni di dollari a disposizione del buon Woody per realizzare Café Society e il risultato si vede, almeno nello sforzo produttivo teso a portarsi a casa una ricostruzione perfetta e curatissima in ogni dettaglio della New York anni trenta, tanto da allargare la prospettiva visiva anche alle scene di insieme, quasi una novità per un autore “da camera” come Allen, ma sopratutto per la critica più distratta che non ricorda i fellinismi di Radio Days.

Per non farsi mancare niente c’è anche Vittorio Storaro che torna a curare la fotografia dopo trent’anni di assenza dagli schermi, impegnato a recuperare una sintesi del suo lavoro prodigioso con la luce, operando proprio sul nitore dei colori e la temperatura caldissima, inconfondibile segno della sua arte.
Ma è un naturalismo, quello voluto da Allen, che diventa eccessivamente insistito quando si ricerca un’aura irreale nella realtà, un contrasto che aveva dato risultati diversi nella collaborazione con Darius Khondji.

Come e più di Radio Days, le figure minime e l’intimità del bozzetto cercano di interagire con un affresco storico ampio, quello della New York ante guerra legata ai club, con la mafia sullo sfondo e Hollywood all’apice.

La traccia ebraica e la cultura yiddish trapiantata in America subisce un trattamento fuori da quella patina rassicurante che per certi versi ci saremmo aspettati da Allen, ma anche le derive più gustose (le dispute sull’aldilà per esempio) non hanno la forza fumettistica di Radio Days e  vengono azzerate dal brulicare delle figure minori e delle situazioni in un’aggregazione di sketch senza mordente che rischia di perdere tridimensionalità, perché al solito è la superficie quella che lega immagine e parola alla traduzione sullo schermo del motto di spirito, croce e delizia del nostro.

I dialoghi di Café Society sono probabilmente tra i più sciatti e banali scritti da Allen, anticipano qualsiasi gesto, sensazione, pensiero, esplicitando sentimenti, flusso di coscienza e sopratutto allineandosi ad un’ingombrante voce fuori campo, il cui funzionamento non è dissimile dall’enunciazione di tutti i personaggi.

Allen non rinuncia al solito intreccio di segreti e menzogne, tentando una strada più leggera rispetto al cinismo del pessimo Irrational Man, ma non riesce comunque ad incidere, se non involontariamente.  Bobby e Vonnie rimangono appesi a questo piccolissimo cinema illustrativo, e se nel cinema dei Coen, anche in quello recentissimo, i personaggi escono dal quadro, con Allen la cornice viene appesa in salotto.

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