Home alcinema Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski: la recensione

Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski: la recensione

Se Amelie Nothomb sia una scrittrice sopravvalutata non è un giudizio possibile in questa sede, certamente la sua lettura ravvicinata del Giappone include un buon numero di luoghi comuni usati come espediente per attivare il corto circuito tra due diverse percezioni; quella di un otaku innamorato del paese senza condizioni a partire da ciò che ritiene bizzarro e un secondo sguardo in netto contrasto che rifiuta con durezza quelle stesse stranezze, per aprire un confronto più onesto e spesso inconciliabile tra mondi lontani e umanamente vicini, lo aveva ben evidenziato Alain Corneau nel suo Stupeur et tremblements

Il Giappone dei suoi sogni per l’Amelie del film è congelato ai primi cinque anni di esistenza, un ricordo imperfetto e mitico che la spinge a tornare con l’idea di una vita che si accordi senza imposizioni ai suoi desideri di libertà. Non c’è alcun trauma nell’Amelie re-interpretata da Liberski, questo perché il regista e umorista di Bruxelles si immagina il personaggio della Nothomb come tale senza la prossimità autobiografica e sopratutto senza l’intenzione di avvicinarsi alla complessità di quel viaggio, vissuto tra sradicamento e appartenenza. Quando la ragazza incontra Rinri, il primo studente delle lezioni di francese che le serviranno per mantenersi, nasce una progressiva intimità individuata visivamente con la marcatura dei segni più evidenti, come le scarpe della coppia che si sfiorano e improvvisamente si evitano, per poi cercarsi ancora una volta; una sequenza nient’affatto minimale e che si avvicina più allo stile di Peynet che a quello della Nothomb.

Il contrasto culturale non ha la reversibilità del romanzo, ma rimane ancorato alla gag, agli equivoci più evidenti e alla banalità di un immaginario occidentale che pensa al Giappone attraverso un campionario di segni riconoscibili e quindi irreali. La Yakuza, il codice dei samurai, la fusione con la natura, i giapponesi troppo giapponesi e gli europei troppo europei.

Piaccia o meno, Stefan Liberski tiene a distanza proprio gli elementi più stridenti dei travelogue giapponesi della Nothomb, riducendone al minimo il sarcasmo per favorire la fantasia pop. Di Ni d’Eve ni d’Adam non rimane niente, non c’è spazio per l’occhio atterrito davanti all’estremo o per l’improvviso disgusto di fronte ad attitudini lontane dalla propria educazione, tranne nell’anima di un piccolo polpo che ancora vivo si avvinghia intorno alla lingua di Amelie (Pauline Etienne).

Gli anni ottanta del romanzo vengono sostituiti con i mesi che precedono i disastri di Fukushima e la differenza (voluta e ricercata) dalle pagine della scrittrice belga più che un tradimento vitale diventa l’occasione per lasciarsi alle spalle la complessità di un’esperienza vissuta in prima persona, mantenendo una distanza siderale con gli attori. Se Guillame Nicloux era riuscito ad evidenziare la convivenza di perversione e purezza nel volto di Pauline Etienne, Liberski fa di tutto per neutralizzarne tutte le potenzialità in una rappresentazione opaca del desiderio. La sua Amelie descrive il difficile rapporto con la purezza semplicemente raccontandolo ad un Rinri irrealmente ingenuo; nel suo cuore non abita solamente bontà, ma c’è evidentemente anche spazio per il male. Quale sia questo male non è possibile capirlo perché il primo ad averne paura è lo stesso Liberski. Mentre  l’ombra di Marguerite Duras, nume tutelare del romanzo della Nothomb, scompare del tutto, emerge a poco a poco uno spleen indefinito descritto a parole ma tagliato completamente fuori dalle immagini.

Tokyo Fiancee è un film freddissimo e girato con occhio decorativo, non riesce ad avvicinarsi ai sentimenti dei personaggi nonostante l’impalcatura sia quella di un romance a tutti gli effetti con l’ambizione di dirci in ogni momento quanto sia l’impermanenza a nutrire l’amore.
Liberski ci prova a servirsi dei segni di una cultura da cui si sente attratto, ma non riesce a coglierli nell’aria o nelle possibilità di una location, anzi è proprio nel confronto con la natura che distoglie l’occhio dall’effetto che questa potrebbe avere sulle persone, preferendo il bozzetto composto al rapporto tra corpi e paesaggio.
Non c’è differenza tra i cuoricini artificiali che esondano dallo schermo per raccontare la gioia di Amelie rispetto al monte Fuji che si eleva davanti a lei in una giornata nevosa. Quando il terremoto sorprenderà Amelie e Rinri,  Liberski si allontanerà nuovamente da loro preferendo ai volti dei due amanti sorpresi dalla paura, i bicchieri che si schiantano sul pavimento in un elegante slow motion.

 

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