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Minuscule – La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo e Hèlène Giraud: la recensione

France 2 trasmette per la prima volta “Minuscule” nel 2006; la serie ideata e animata da Thomas Szabo e Hèlène Giraud è costituita da episodi della durata di circa cinque minuti che raccontano “la vita segreta degli insetti” da un punto di vista ravvicinato, un po’ come succedeva nel film di Claude Nuridsany e Marie Pérennou noto con il titolo di “Microcosmos”. L’approccio immersivo è apparentemente lo stesso, ma del documentario prodotto da Jacques Perrin, debitore del realismo fantastico di Painlevé, i due autori francesi desumono solamente un certo naturalismo entomologico realizzando una sorprendente fusione degli scenari naturali con la modellazione CGI; calati nei paesaggi filmati dentro al parco di Mercantour e sulle vette dell’Ecris, gli insetti di Szabo/Giraud vengono messi in relazione con una vastità che si avvicina ai campi lunghi dell’animazione di Chuck Jones, anche per quanto riguarda i tempi della gag, dove la contemplazione frontale della distanza o della profondità di campo gioca un ruolo determinante rispetto alla frammentazione del découpage e l’assenza di dialoghi va nella direzione di una lunga storia dell’animazione, in quel solco che unisce in modo sottile realismo e astrazione e che appunto procede da Chuck Jones passando per Bruno Bozzetto e la scuola dell’est (ci viene in mente il bellissimo A Légy di Ferenc Rofusz).

Il lungometraggio estende le intuizioni della serie televisiva, lasciando intatto l’impianto visivo ed elaborando una poetica di paesaggi e oggetti, come elementi di sfondo o interazione con il micromondo CGI; se si escludono alcune trovate, come quella dei tafani che simulano il rombo di un motore, la via intrapresa da Szabo e Giraud è opposta a quella di film come “Antz” o “A Bug’s Life” nel tentativo di evitare qualsiasi forma di antropomorfizzazione e scegliendo la gag rumoristica come controparte sonora; mentre le coccinelle parlano grazie ad un ronzio ai limiti con il suono di un Kazoo, le formiche nere comunicano con un suono vicino a quello di un fischietto, riducendo la rappresentazione ad una serie di suoni riconoscibili e allo stesso tempo al confine con l’approccio deformante del “naturalismo” documentario, che già di per se tende ad amplificare i suoni nascosti nella vegetazione e a renderli fedelmente eccessivi o se si vuole irrealmente reali.

Ai campi lunghi dello scenario complessivo, che tendono sempre a creare una relazione tra grande e piccolo, si contrappone una rappresentazione dei suoni ravvicinatissima e deformante, un gioco slapstick che trasforma l’effetto rumoristico in un elemento importante del testo narrativo,  parte della sperimentazione più interessante di tutto il cinema d’animazione.

Che a Szabo e Giraud interessi la visione d’insieme, viene evidenziato dalla struttura centrale di “Minuscule”, quella di un piccolo war movie coreografico non così lontano dalla visione illustrativa di Peter Jackson e che appunto arriva al culmine nell’organizzazione visiva della battaglia tra formiche nere e formiche rosse; movimento, tempi, contemplazione, rapporto causa effetto e suono, questi sono gli elementi del lavoro di Szabo / Giraud, capace di reggere per più di ottanta minuti con un racconto di puro stupore che trova tutti gli elementi del testo in questo rapporto di scambio continuo tra l’osservazione naturalistica e la deformazione surreale.

Non manca l’esplorazione di un mondo sotterraneo e invisibile, come tutti gli anfratti naturali, i rifugi vegetali, la struttura interna del formicaio, ma in generale, il punto di vista preferito dai due autori francesi è quello che acquisisce senso nel rapporto tra le dimensioni, come nella sequenza dove il plotone di formiche trasporta le zollette di zucchero in mezzo ad una strada, mentre una Citroen rischia di investirle, oppure nell’intrusione di insetti “reali”, come quella di una grande lucertola, che assumono una valenza ancora più mostruosa rispetto al piccolo e brulicante mondo ricreato in computer grafica.

In questo senso, anche il mondo degli oggetti (scatole di fiammiferi, cestini per la merenda, bombolette di insetticida) acquisiscono una valenza fondamentale, come fossero altre aperture verso universi paralleli.

Ma le sequenze più belle sono proprio quelle che dimostrano una certa apertura “western” del punto di vista; i movimenti di massa, l’avventura tra le rapide del fiume, e sopratutto l’orizzonte della Francia rurale esplorato come se fosse un altro film nel film; del resto buon sangue non mente perché Hèlène Giraud è figlia di quel Jean Girod, noto con gli pseudonimi di Moebius e di Gir, a cui il film è dedicato e che era un grande paesaggista del fantastico.

 

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