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That Cloud Never Left – Yahaswini Raghunandan – Pesaro 55: la recensione

Le pellicole scorrono libere in That Cloud Never Left, intrappolando un intero villaggio in un flusso infinito di storie. L’opera d’esordio di Yahaswini Raghunandan è ambientata a Daspara, uno di quei minuscoli villaggi nell’India orientale dove le persone vivono fabbricando giocattoli per rivenderli in città lontane. Canne di bambù, argilla, plastica, cavi e pellicole in 35 mm della vecchia Bollywood ormai in disuso. Nella quieta e ripetitiva routine quotidiana, fatta di piccole attività e gesti abitudinari, emergono i personaggi di questo film, gli abitanti stessi del villaggio. Due giovani esploratori alla ricerca di un magico rubino nella foresta, una donna in attesa del ritorno del marito, ma soprattutto l’eclissi, che diventa essa stessa un personaggio, una misteriosa luna rossa che con la sua apparizione scuote l’animo dell’intero paese, pronta a incidere singolarmente sulle vite di ogni protagonista. Memoria, rappresentazione, finzione, documentazione, ogni pezzo si incastra accanto all’altro nella volontà di immortalare un evento, di catturare l’ambiente, i suoni, i livelli si sovrappongono lasciando lo spettatore incantato di fronte a una visione quasi caleidoscopica.

Raghunandan si imbatte casualmente nel sotterraneo mondo dei venditori ambulanti ma poi resta stregata dai racconti dei viaggi in questo piccolo villaggio dove i giocattoli fuoriescono dal cinema, dove i rulli cinematografici vengono fatti a pezzi, intagliati, in un processo lungo ed elaborato, che testimonia la capacità continua del cinema di intrattenere. È meraviglioso pensare ai livelli e ai meccanismi di lavorazione per cui un oggetto che ormai aveva smarrito il senso è pronto a essere di nuovo consumato.

L’immagine alla fine diventa suono nelle mani colorate e meticolose di questi uomini e donne che con il loro ingegno trasformano singoli fotogrammi in nuove trame che danzano sotto i nostri occhi.

Infiniti frammenti, infiniti racconti, infiniti mondi proiettati sulle mura, sugli schermi, un elogio alla pellicola che vince su ogni altra fonte di illuminazione con le sue gamme cromatiche, prevalendo sul buio.

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