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La grande bellezza, il cinema conforme alla regola di Paolo Sorrentino

Sorrentino e il cinema italiano (oggi)

Sorrentino e il cinema italiano (oggi): Sorrentino è il cinema italiano (oggi). Un cinema che non può raccontare la sua, la nostra, contemporaneità in quanto privo di riferimenti; di luoghi d’osservazione adeguati al confronto con la fine della storia; di esperienza; di rabbia; di fame… Cinema conformista. Cinema conforme alla regola della cancrena veltroniana; politicamente corretto, a prescindere dai temi, dai soggetti, dagli spazi che si presta a (tentare di) raccontare. Con l’ormai patologica soggezione nei confronti di un passato enorme e sempre a rischio di svilimento, osservato con inadeguata deferenza o, peggio, preziosa moneta da spendere malamente ad ogni occasione; alla costante burocratica ricerca di un’autorialità da maestro, da attribuire al primo che riferisce a sproposito. Quello di Sorrentino è il cinema italiano d’oggi, perché in ogni suo tratto, riporta alla luce la debolezza di un sistema culturale che limita ormai se stesso alla superficie, alla forma, all’estetizzazione, senza mai farsi linguaggio. Perché voler dar forma ad una propria visione del mondo ed imporre sul mondo una propria forma della visione non è la stessa cosa (il binomio Sorrentino/Garrone, da strapaesano in vacanza a Cannés, modello Cinematografo o Doreciakgulp, praticamente non esiste: avendo il secondo uno sguardo, certo non scevro da possibili critiche ma, altrettanto certo, assai più libero, assai più ruvido, assai meno compromesso). Chi sfugge alla regola è tagliato fuori (vedi, per esempio, le difformità di Davide Manuli).

Sorrentino paga dazio allo Scola de La Terrazza (bene ma chi si permetterebbe mai, chi avrebbe mai la forza per riguardare, oggi, alla spietatezza apocalittica di Brutti, Sporchi E Cattivi? Ovvio, a parte Ciprì e/o Maresco), partendo da un soggetto che è una sorta di semi remake riattualizzato al nulla cosmico dell’alta società della Roma bene, la cui intera esistenza, professione di riguardo e responsabilità comprese, sembra votata al più assoluto disimpegno orgiastico. Sorta di deus ex machina di codesto bel mondo, gran maestro di cerimonia o più Lenone Sibaritico, è Jep Gambardella: giornalista, scrittore con un solo romanzo all’attivo, edito ormai da quarant’anni. Jep è un vanesio fatalista, un esteta, un Truman Capote de noantri, che passa con estrema leggerezza da un festino all’altro, lavorando svogliatamente e dormendo di mattina ma, come confessa lui stesso, “condannato alla sensibilità”. Il ché dovrebbe porlo in una condizione di alterità sull’universo di cui è parte attiva. Un’alterità che Jep ricerca per oltre due ore di pellicola; bighellonando senza meta da una parte all’altra della città eterna; flirtando; svagandosi; ripercorrendo la sua esistenza tra ricordi e ricordi; passeggiando su un terrazzo, in faccia al Colosseo, che neanche casa Scajola… In sintesi La Grande Bellezza è tutto qui: un pamphlet sul niente in cui sta a collassare il cosmo Italia. Un pamphlet che nel tentativo di utilizzare la medesima grammatica della realtà (realtà?) che tenta d’illustrare, s’impantana in una messinscena dalla grana grossa, in cui il vuoto dell’oggetto narrato ed il vuoto della narrazione si compenetrano annullandosi l’un l’altro, in un feedback terrifico a cui non scampa neanche il suo pubblico d’elezione; radical chic con tanta voglia di fare due salti in casa Gambardella, pur non avendone, comunque, i numeri, e poco desiderio di riconoscersi in quegli stessi mostri sullo schermo, tanto da riderne quando meno motivo ci sarebbe.
La Grande Bellezza, ripete oltraggiosamente il modulo sorrentiniano spostandolo su un citazionismo blando e malposto, in cui allo Scola di cui sopra, fanno eco il Ferreri de L’Udienza ed il Fellini catodico degli spot anni ’80 ma nella defatigante rincorsa a quell’atto immortale d’amore/odio che fu Roma; quella di Sorrentino è invece  una bolla papalina, di nani e ballerine, giraffe e cicogne, che per quanto sospesa e notturna non lascia alcun segno.
I cliché più triti, i tic, le tare consuete del cinema di Sorrentino, sono tutti in campo: la voce in off; le ellissi narrative; i barocchismi; i moraleggiamenti parasofici; l’ultracontrollo asfittico dell’immagine; l’inutile smania iperrealista; i soliti magnolismi sugli infiniti rivoli della casualità.
E come sempre, il regista napoletano, non crea personaggi ma maschere e simulacri paracabarettistici (il Robert Smith sfatto e rinco; l’Andreotti da Bagaglino; Titta Di Girolamo fotocopia del Perego di Albanese). E come sempre Servillo gli fa da alter ego. Il suo personaggio mima, decontestualizzandolo dalla farsa nobile di Mattoli ad una tragicommedia esangue, il Totò, Zazà, di Signori Si Nasce (“…ed io lo nacqui. Modestamente!”) aggiornandolo nelle movenze glam, post 2012, in uno stracafonal da Dagospia, che riesce a mantenersi stabile, ad esser buoni, per non più di cinque minuti, dopo di ché è macchietta d’avanspettacolo di terz’ordine.

Il cast nella sua interezza, sembra dire da solo, della deriva di un cinema già di per sé fuori fuoco, malgrado l’ipercontrollo che lo governa: Verdone ormai stucchevole parodia di se stesso; Buccirosso che è comunque un bravo artigiano e porta sempre con se il segno indelebile di una tradizione importante (ma meglio con Salemme); Iaia Forte in piena, incredibile, deriva;  Giusi Merli a cui Sorrentino affida la pantomima pietosa della Madre Santa, con quel finale teosofico incomprensibile ed inutilissimo rush massacrante della madre Teresa/tarocca, inaccettabile almeno quanto l’apertura con l’infinita prova a cappella; Serena Grandi che si uccide da sola… Eppure la Ferilli, con un personaggio che pare star stretto tra gli argini della pura finzione, arriva ad un’intensità che fin’ora le si disconosceva, facendone praticamente la migliore apparizione di tutta la pellicola: dolente, sincera ed al netto di ogni volgarità, persino bella e affascinante; pregna di una triste e matura sensualità, che supera per poco anche la pur sempre valida e conturbante Isabella Ferrari.

Ne La Grande Bellezza è in scena la vacuità. Una vacuità raccontata alla vacuità vacua con toni vacui ed inutilmente sopra le righe, laddove la fine del mondo, osservata attraverso una lente vagamente onirica, assume le parvenze di un reportage di Lucignolo ed il nulla, più che diegetico, si fa prettamente strutturale. Sorrentino, ancora una volta, non sa raccontare lo sprofondo della storia, perché i suoi valori non glielo consentono: critica ma non ha un punto d’osservazione (Il Divo che infatti non ha scontentato nessuno) e sbanda clamorosamente, mescolandosi, quindi anche sul piano visivo, a quella povertà ideologica che tenta di esporre (attenzione: distribuzione Medusa). La sua tecnica, inappuntabile, è una morsa autoritaria che non dà respiro; che non lascia sfogo; che non consente partecipazione, empatia, coinvolgimento nella libera fruizione dell’immagine. Un tunnel senza prese d’aria, cui la lunghezza fluviale (veramente poco necessaria) fa da ultimo, definitivo, handicap.
Tutto il resto, come diceva la buonanima, è noia. La noia di un cinema con presunzione d’autorialità di default. Di un cinema con presunzione. Punto.

 

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