Home news Spotlight di Thomas McCarthy – Venezia 72, Fuori concorso

Spotlight di Thomas McCarthy – Venezia 72, Fuori concorso

Fuori concorso a Venezia 72, Spotlight è l’affondo che un giornalismo all’avanguardia per passione, coraggio e senso civico ha sferrato sul caso dei preti pedofili nella Chiesa cattolica del Massachussetts nel 2001.
Contro i poteri forti e l’acquiescenza complice, l’indifferenza colpevole e la negligenza che tanto male ha fatto a vite innocenti, la denuncia dello scandalo partita dal Boston Globe e dal suo team di reporters, lo Spotlight, ha colpito la Chiesa peggio di una maledizione biblica.

Premio Pulitzer al coraggioso staff nel 2003, questa fu la motivazione: “Per il coraggio, per la rivelazione completa degli abusi sessuali da parte di sacerdoti, uno sforzo che sconfigge la segretezza, che ha mosso la reazione locale, nazionale e internazionale, e ha portato cambiamenti nella Chiesa cattolica romana“.

Era il 2001 e dopo un anno passato ad intervistare vittime e consultare cataste di dossier, la più antica sezione di giornalismo investigativo degli Stati Uniti svelò complicità e tentativi decennali di insabbiamento da parte delle gerarchie ecclesiastiche, costringendo all’attenzione i media, la polizia e gli organi giudiziari, fino ad allora molto disattenti di fronte al fenomeno.

Girato tra Boston e Toronto, il film è un frenetico aggirarsi dei quattro giornalisti tra gole profonde, tentativi di sabotaggio, minacce e intimidazioni. Lo sforzo tenace di opporsi alla politica di segretezza e di copertura, sostenuta da un’intricata trama di inganni ebbe risultati eccellenti ma durissimi da conseguire.
Caso unico nella storia della Chiesa, l’effetto “domino” fu sconcertante e portò alla scoperta di centinaia di abusi sessuali, una vera e propria centrale della pedofilia diffusa fra i quattro punti cardinali degli USA.

Partito dal Massachusetts, lo scandalo assegnò questo singolare primato ad uno Stato che, nei secoli bui della caccia alle streghe, si era distinto per solerzia persecutoria, e costrinse il cardinale Bernard Francis Law, uomo di amicizie potenti tra cui l’ex presidente George Bush il vecchio, a dimettersi.
Abile occultatore di abusi sacerdotali, aveva coperto per anni uno scenario devastante di molestie ai danni di minori, costretti dalla paura o dall’ignoranza al silenzio. Non mancarono neppure casi di suicidio fra le vittime, e la pochezza di iniziative di assistenza e protezione dei soggetti abusati apparve allora e continua ad essere ancora oggi una delle facce più disumane del problema.

Negli anni la pedofilia clericale aveva assunto dimensioni impressionanti, dal Massachusetts al New Hampshire, dal Minnesota alla California il fenomeno si rivelò di ampiezza inaspettata e averne sollevato il coperchio procurò effetti rovinosi anche alle finanze delle varie Curie, che videro il crollo vertiginoso di donazioni e vocazioni. La gente cominciò a temere che i propri soldi servissero per i risarcimenti alle vittime e chiuse i cordoni delle borse, fino ad allora sempre generosamente spalancate in vista del promesso posto in Paradiso.

Argomento di triste attualità, se ancora a Berlino 2015 è stato memorabile lo choc causato da El Club, potente fiction sul tema della pedofilia di Pablo Larrain, film scandalo addirittura più per la visione dei metodi usati per redimere questi peccatori che per il loro peccato, Spotlight collabora a mantenere alto il livello di allarme sociale, usando la specificità del cinema come mezzo di conoscenza e cassa di risonanza.

Traendo dalla cronaca, Thom McCarthy ha scritto con Josh Singer una storia che con l’immediatezza e l’imparzialità del giornalismo d’inchiesta e l’alta tensione del thriller giudiziario non tradisce mai la sua matrice documentaria, pur usando strategie narrative e stilemi propri del cinema d’azione.
Il team Spotlight si muove compatto in un crescendo fatto di coinvolgimento emotivo e giusta indignazione, mentre le scoperte si affollano e le indagini svelano scenari sempre più aberranti.

Michael Keaton nel ruolo di Walter Robinson, Mark Ruffalo in quello di Mike Rezendes, Rachel McAdams come Sacha Pfeiffer e Brian d’Arcy nei panni di James Matt Carroll, danno il ritmo giusto alla storia, ne saldano con mano sicura le connessioni tra fiction e documento così che, mutuando la celebre espressione di Jacques Rancière, “La storia del cinema è la storia della capacità di creare la storia”, confermano ancora una volta che quel che bisognava dire è stato detto e qualcosa che non andava dimenticato si è salvato dall’oblio che spesso avvolge le storie nelle pieghe profonde della storia stessa.

Exit mobile version