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The Gallows – L’esecuzione di Chris Lofing, Travis Cluff : la recensione

Nei primi anni novanta, nel campus di una piccola comunità del Nebraska, si verifica una tragedia durante la rappresentazione teatrale di fine anno allestita dagli studenti. L’esecuzione del protagonista maschile in piedi sul patibolo diventa fatale, mentre gli amici e la fidanzata stanno riprendendo lo spettacolo dalla platea. Comincia così “The Gallows”, con le immagini riprodotte da un videoregistratore,  timestamp ben visibile incluso, ad introdurre l’ennesimo giochino found footage ansiolitico, che non staccherà mai dalla soggettiva delimitata dal mezzo, anche a costo di non far tornare i conti e moltiplicare i dispositivi, tra batterie che si scaricano, fonti di luce incorporate che si spengono, glitch che corrompono la superficie dell’immagine digitale.

L’ossessione della Blumhouse per il rapporto tra analogico e digitale e per l’archeologia dei mezzi di riproduzione audiovisiva non viene meno anche nei titoli più fiacchi come questo, garantita quasi sempre da una sequenza dove il tempo collassa su se stesso e crea un cortocircuito tra passato e presente: con un segnale, un’immagine, un vecchio videoregistratore, una pellicola super 8, un dead site di geocities che minaccia la stabilità dei nuovi social network, tutte aperture verso una dimensione di anti-materia.

Venti anni dopo, nella stessa scuola, verrà allestita la piece degli anni novanta a scopo celebrativo. A documentarne incessantemente le fasi di allestimento, il backstage e qualsiasi momento della giornata connesso con lo spettacolo, uno studente bulletto il cui scopo è far desistere l’attore (cane) designato alla forca, dall’interpretare la parte. Non esiste alcuna possibilità di uscire dalla retorica del footage, incorniciato da un cartello introduttivo che ne attesta l’archiviazione da parte del dipartimento locale di polizia. Tutto è registrato e destinato a rilanciare il passato senza soluzione di continuità, con gli slacci improvvisi dell’immagine e l’illusione che il rough cut cancelli la messa in scena.

Se c’è un guizzo, del tutto involontario, di intelligenza teorica nel film, è proprio nell’ipostasi del falso, evidenziata dal’ambientazione teatrale, con l’impossibilità di distruggere la scena e questa pantomima del fantasma dell’opera, visibile e con tanto di maschera del boia, a garantire i legami famigliari tra i personaggi, in un loop infinito, come quello che imprigiona madre e figlia, mentre guardano lo stesso nastro senza sosta, nel buio di una camera e per non uscire mai dalla rappresentazione della morte.

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