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Il Plenilunio delle vergini di Paolo Solvay

Dal canale di scarico del cinema di genere dei ‘70, ecco ritornare fuori quello che, per tanti versi, è il cult di serie b per definizione; quello che gode di questo status in virtù della propria bruttezza, della propria sporcizia e, come di prammatica, dalla propria cattiveria. E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che dietro la macchina da presa, e dietro lo pseudonimo di Paolo Solvay (solo uno dei tanti da lui utilizzati nella sua carriera), sta seduto il tramviere, Luigi Batzella (o Ivan Kathansky, Paul Selvin, ecc.), l’esimio autore di uno dei totem più accreditati di tutti i film brutti del cinema italo: La Bestia In Calore.
Meno rozzo e raffazzonato di quest’ultimo ma ugualmente poveristico, Il Plenilunio Delle Vergini richiamandosi alla tradizione del cinema vampirico, più che a Carmilla, risale direttamente al Dracula di Stoker (viene anche nominato ma per una sola volta), attraverso le decine di altre pellicole che l’hanno preceduto, ribaltandolo di segno, trasformando il non morto, conte dei Carpazi, in una fascinosa, sanguinaria, lady Bathory di seconda fila dai denti aguzzi e dai misteriosi poteri occulti.
Tutto ruota attorno al leggendario anello dei Nibelunghi di wagneriana memoria, che garantirebbe il dominio sul mondo. Conteso tra due fratelli gemelli, studioso ricercatore l’uno, arrivista avventuriero l’altro, l’anello si trova nelle mani della suddetta contessa vampira, Dolingen De Vries di Transilvania. Partendo da tali premesse, la trama s’inerpica su terreni sempre più disagevoli, confondendo(si), accartocciandosi su se stessa e sfaldandosi in una nuvola d’assoluta incoerenza, sino a lambire l’incomprensibilità.
Inutile negarlo, Il Plenilunio Delle Vergini, come opera in sé, è indifendibile; su di essa grava una carenza di fondi assoluta che inficia definitivamente la resa del film nella sua interezza. La messinscena è oltremodo grossolana ed il cast incerto. Se Rosalba Neri, attrice che avrebbe meritato una carriera di maggior riguardo, risulta mediamente credibile, gli altri protagonisti sono invece svogliati in modo imbarazzante; lo stesso Mark Damon, malgrado fosse il principale fautore della pellicola e probabilmente anche coproduttore, nel doppio ruolo dei fratelli Schiller, risulta di molto sottotono. Su gli altri attori, distratti, goffi, legnosi, sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Tutto partecipa a far crollare il film in un involontario ridicolo che però, per tanti versi, è anche uno dei principali motivi per cui meriterebbe la visione.
Accostarsi ad una pellicola simile significa rapportarsi con il prodotto di un epoca che rispondeva a principi produttivi, metri stilistici e visuali, lo stesso senso della credibilità, completamente differenti da quelli attuali. E’ il frutto di un’operazione tutta artigianale; coraggiosa nel mettersi in gioco al punto da apparire incosciente; nel non aver paura di confrontarsi con ciò che è evidentemente molto al di sopra dei propri mezzi; ottimizzando le poche risorse a disposizione per veder realizzato un progetto che parrebbe fallimentare sin dalle prime battute. Esplicativa, in tal senso, l’intervista al produttore Franco Gaudenzi contenuta negli extra, che rivela la pratica assai diffusa nel cinema di genere di quei tempi, di operare in seno ad uno staff di cui il regista non era che uno degli elementi, spesso neanche il più determinante. Altrettanto spesso, come in questo caso, scelto proprio per la sua sostanziale mediocrità, per essere abile ma privo di qualsivoglia velleitarismo autoriale. Sempre Gaudenzi rivela così, quanto invece la presenza di Aristide Massaccesi fosse necessaria nella resa finale del lavoro.
Direttore della fotografia ma, praticamente, tuttofare all’interno del set, sino ad essere in effetti coregista non accreditato, il buon Joe D’Amato, con la sua peculiare resa luminosa, chiara, dell’immagine, riesce a nobilitare anche i quadri meno riusciti. A lui si devono quei movimenti di macchina a mano che aprono la concitata sequenza iniziale e a lui si devono i tanti momenti animati che altrimenti sarebbero estremamente statici, salvati in parte anche da un montaggio dignitoso. E sempre a lui si deve almeno una sequenza fortemente iconica: quella della vampira sollevatasi nuda dal proprio sarcofago ricoperta di sangue, che sembra uscire di peso da una copertina dei Cradle Of Filth (o meglio sarebbe dire viceversa).
Perchè è questo che più conta nella pellicola: l’erotismo, che, giocando con un titolo ammiccante, fortemente allusivo fece da traino ad un successo tutt’altro che irrilevante. Il Plenilunio Delle Vergini di fatto è tra i primi film di paura italiano, se non il primo in assoluto, ad introdurre apertamente l’elemento erotico, con una marcata declinazione saffica, fino farne vero e proprio cardine narrativo; soverchiando così tanto quello prettamente gotico, da potersi definire a tutti gli effetti un sexyhorror. Una fusione, cioè, tra due generi che proprio nell’esercizio voyeuristico trovano una loro correlazione e che nel corso del decennio ebbe modo di esplicarsi su decine di pellicole dai contenuti sempre più forti (da Malabimba a Le Notti Erotiche Dei Morti Viventi) e divenendo quasi indispensabile anche in opere gotiche di altro spessore come Nella Stretta Morsa Del Ragno di Margheriti. Per non dire che questo stesso processo non fu di sola pertinenza del cinema italiano: basti pensare alle produzioni di Jess Franco o a film come Ossessione Carnale di Larraz e La Vestale Di Satana di Kümel o persino all’impeccabile, classicissima, Hammer (Mircalla l’amante immortale). Poi, si potrebbe molto discutere sul vero valore della sensualità ne Il Plenilunio Delle Vergini. Giacché questa è resa di ghiaccio da una regia che filma il tripudio di corpi come fossero tocchi di carne e dal contorno di ragazze molto belle e molto nude ma talmente distratte e impacciate, che paiono capitate sul set per caso. A farsi ricordare alla fine è soprattutto la statuaria bellezza, quella sì davvero eclatante, della splendida protagonista.
E’ il portato del mutamento dei costumi, che in Italia ebbe come uno dei tanti effetti, anche quello di rendere la censura democristiana meno rigida, più permissiva. E’ il momento dell’esplosione della commedia pecoreccia, che incorpora all’interno di una già agonizzante commedia all’italiana (perlomeno quella che viene definita tale d’ufficio), i segni malintesi della rivoluzione sessuale di quegli anni, tramutati in sberleffo da avanspettacolo. Cogliendo questi stimoli, anche il cinema horror, partecipa del nuovo corso della cultura popolare, facendo esplodere, esplicitandoli, quegli elementi sottintesi che nel gotico, soprattutto italiano, erano sempre stati presenti in nuce (sempre Margheriti, ad esempio, già diversi anni prima, giocava con le allusioni e spogliava Barbara Steele ne I Lunghi Capelli Della Morte ma con intenti completamente diversi dalla pura exploitation). In un processo di crossover che trova corrispondenza anche nel fumetto, con i vari Oltretomba, Zora La Vampira, Lucifera, che spingono più a solleticare il pubblico con storie costellate di donne discinte e disponibili, piuttosto che davvero cercare l’inquietudine alla maniera di Uncle Creepy.
E’ indubbio, quindi, che la patina vintage abbia donato a Il Plenilunio Delle Vergini un fascino di molto superiore al film stesso, che però, contribuisce a rendere la visione, da questo punto di vista, godibile, a suo modo divertente; riuscendo a far apprezzare ciò che di buono la pellicola regala in termini di suggestione (l’atmosfera gotica anche se un po’ incerta; l’orgia esoterica sul finale; certe coreografie da cinema muto, ecc.). Soprattutto per chi vede i canini posticci ed il sangue color smalto come irresistibile zeitgeist; non disdegna natiche d’antan e guarda al castello Piccolomini di Balsorano come a casa propria.
Il dvd non ha alcuna sbavatura: il film è riportato al suo formato originale e restituisce la fotografia nel pieno della sua brillantezza. Il documentario contenuto negli extra, curato dalla rivista Nocturno, come tutta la collana Cinekult, come spesso capita in questi casi è più interessante del film stesso, contenendo oltre a quella al produttore Gaudenzi di cui sopra, anche una rara intervista a Rosalba Neri che racconta della sua vita nel cinema, con deliziosa nostalgia e col rimpianto di non avere mai avuto l’opportunità di passare a ruoli di maggiore spessore. Negli stessi extra, Joe D’Amato, beffardo e cinico come sempre, oltre a dilungarsi sugli aspetti tecnici della lavorazione del film, la definisce “una Barbara Steele dei poveri”. Fu un’attrice, invece, molto capace, preparata, dalla bellezza atipica ma travolgente (fu detta Sfinge), che la sua sola presenza, come la stessa contessa vampira, divorerebbe in un colpo qualunque attricetta dei giorni nostri. Bellucci compresa, con buona pace di lei che avrebbe tanto voluto una Malena che ne nobilitasse la carriera.

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