Indie-eye – VIDEOCLIP – Testata Giornalistica di Musica & Immagini

Il Complesso Gli Illuminati ripropone la messa beat post-conciliare a cinquant'anni di distanza dalla sua nascita, con rigore filologico e spirito a metà tra il punk e James Brown; la foto-intervista 

Di

Il Complesso Gli Illuminati attirò la nostra attenzione già qualche anno fa, nel 2008 per la precisione, in occasione dell’uscita del primo disco, Prendi la chitarra e prega. Tra i tanti revival a cui ci siamo abituati in questi anni mancava infatti quello legato alle messe beat e all’opera che Marcello Giombini portò avanti assieme ad alcuni gruppi beat (tra cui i Barritas) all’indomani del Concilio Vaticano Secondo. Gli Illuminati colmarono questa nicchia con il loro album, suscitando curiosità ed approvazione. Qualche mese fa il complesso ha dato alle stampe il secondo capitolo della sua carriera, richiamandosi fin dal titolo, Lumen Gentium, al Concilio, ma con qualche variazione musicale, ottenuta inserendo elementi più vari nel loro suono, non più legato solamente al beat ma anche alla psichedelia di fine anni ’60 e a un rock che negli stessi anni andava indurendosi. Per saperne di più su questa operazione filologica di ottimo livello abbiamo incontrato i diretti interessati in occasione del loro concerto al Lo-Fi di Milano lo scorso 24 gennaio, ottenendo qualche conferma ma anche qualche sorpresa sulle idee alla base del lavoro della band, anzi del complesso. Ecco cosa ci hanno detto Pierpaolo De Iuliis, voce, e Tiziano Tarli, chitarra.

Sono passati cinque anni tra Prendi La Chitarra E Prega e Lumen Gentium e sembrano passati cinque anni anche all’interno della macchina del tempo della vostra musica, dal 1965 circa al 1970 circa. Mentre prima era beat ”puro”, ora è arrivata la psichedelia e un rock più duro ed è anche morto Martin Luther King. È voluto questo parallelismo tra i cinque anni o è solo il frutto di ciò che volevate suonare?

P: il discorso è di scelta stilistica, di voler cambiare il suono. Per anni abbiamo eseguito una messa beat fedele ai canoni musicali e stilistici del suono anni sessanta. Chi ci ha seguito dal vivo ha però dovuto fare un confronto tra ciò che era il prodotto discografico e ciò che è la nostra performance live, che invece è molto violenta. Musicalmente vengo dal punk e mi occupo di pubblicare dischi di quel genere, quindi dal vivo il nostro approccio è sempre stato molto più cruento. Per quanto riguarda Lumen Gentium, segue un’evoluzione spazio/tempo ideale, sono passati alcuni anni e siamo nel ’70, come dicevi, e quindi il suono si è indurito, le chitarre sono più acide, c’è la psichedelia.

C’è sempre corrispondenza tra il concetto espresso nel titolo, quello della Lumen Gentium, e quanto poi c’è effettivamente nelle canzoni? A me sembra solo in parte…

P: devi sapere che io sono laureato in storia, ho studiato per anni in università fino ad arrivare alle soglie dell’insegnamento, poi ho interrotto per motivi molto contingenti, leggi il fatto che dovevo sostentarmi e ho scelto di stampare dischi e produrre musica, paradossalmente vivo così ormai da molti anni. Tiziano stesso ha scritto diversi libri, quindi abbiamo entrambi un approccio storico molto forte, parliamo spesso di ciò che è accaduto anni fa. Per cui in modo filologico seguiamo un iter, legato a questo aspetto dell’evoluzione della Chiesa e del suo modo di rapportarsi alla società e ai giovani, alle energie messe in campo in modo lungimirante da una serie di riforme da parte delle gerarchie ecclesiastiche, fatte in modo da conciliare le esigenze di un mondo che cambiava con quelle di una Chiesa che doveva necessariamente rinnovarsi. Devo dire che noi non siamo credenti, quindi essenzialmente è una pippa da eruditi quella che facciamo, da appassionati di musica piuttosto che da veri credenti e fedeli. Ci scusiamo anche per questo, non vogliamo certo essere irrispettosi verso chi esprime un autentico sentimento religioso. Per noi è un modo molto divertito e divertente di eseguire una musica e uno stile che si è creato in Italia negli anni Sessanta e Settanta in completa autonomia, sviluppandosi in parallelo a quella che era l’evoluzione del rock di oltreoceano ed oltremanica, passando quindi dal beat alla psichedelia all’hard rock. Anche in Italia, in Chiesa, hanno seguito questo iter. Gruppi improbabili degli oratori bergamaschi oppure nelle sale parrocchiali di Ascoli Piceno, che è la città da cui proveniamo io e Tiziano, hanno subito questa fascinazione, cercando di veicolare il loro messaggio di fede attraverso il rock e le evoluzioni che stava subendo. I dischi di questo genere si possono trovare in rete, per chi fosse curioso, oppure si trovano nel CD allegato al libro scritto da Tiziano sul beat italiano, Dai capelloni a Bandiera Gialla, che abbiamo curato insieme. L’Illuminati-pensiero è rintracciabile in quel CD.

Di quel periodo ho presente solo il lavoro di Giombini. Vi siete ispirati solo a lui o anche ad altri autori meno noti?

P: Giombini è stato il più prolifico, sicuramente, un compositore che ha esplorato diversi campi, per esempio ha fatto anche la colonna sonora di Antropophagus di Joe D’Amato, quindi cose poco ecumeniche e piuttosto truculente. Oltre a lui non ci sono veri e propri compositori e arrangiatori, parliamo più che altro di complessi e gruppi che hanno suonato questa musica, come il Clan Alleluia, dietro i quali c’era comunque sempre lui.

T: si possono poi citare gli Squali 66 o anche i Corvi, che hanno utilizzato testi biblici riadattati. Giombini era un grande ricercatore e un grande innovatore, uno sperimentatore, lui sì davvero credente, che si dedicò a questa follia della messa beat.

Ho letto quello che ha detto James Lowe degli Electric Prunes su di voi. Che effetto vi ha fatto leggere quelle lodi?

T: siamo lusingati naturalmente, e molto orgogliosi di questa cosa. L’ho anche visto la scorsa estate al Festival Beat di Salsomaggiore, dove mi ha fatto i complimenti di persona, gli è piaciuta la nostra versione del Kyrie che è presente anche nella colonna sonora di Easy Rider e in Mass In F Minor degli Electric Prunes. Tra l’altro è basato su un pezzo proprio di Giombini, Signore Pietà, con in più una buona dose di farina del nostro sacco, tutta la parte psichedelica centrale.

Avete pensato di fare proprio come gli Electric Prunes, che inserirono anche parti legate alla liturgia ebraica?

P: questo sarebbe troppo. Già lambiamo un territorio abbastanza oneroso dal punto di vista della ricerca, con tutto quello che ci mettiamo di nostro nei testi e nell’impostazione generale. Non siamo così eruditi.

T: in realtà avevamo pensato ad un disco sull’Antico Testamento e di andare in Africa.

P: sì, vero. Era un nostro delirio, pensavamo di cambiare il gruppo e di farlo evolvere, facendolo diventare Il Volto di Giuda. Avremmo dovuto fare hard rock cristiano, suonare scalzi con degli enormi crocifissi e vivere in una comune chissà dove, una cosa freak-rock totale.

Una curiosità: negli anni Ottanta ci fu un recupero del beat e del garage anni Sessanta, ma non mi pare che fu recuperata anche la messa beat. Me lo confermate?

P: nessuno lo fece. Io ai tempi facevo parte di quel revival, organizzavo concerti e producevo qualche piccola uscita su cassetta. Per quanto circolasse questo materiale nessuno lo ripropose. Lo si ascoltava con curiosità, per esempio a casa di Moreno degli Avvoltoi, e ricordo che in particolare un mio amico, Daniele Caputo, un personaggio molto particolare che suonava la batteria nei Birdmen Of Alkatraz, si appassionò di questo genere. Ai tempi si trovavano ancora questi dischi nei negozi di materiale religioso, per esempio alle Librerie Paoline, tutti impolverati e nascosti in un angolo da vent’anni.

Tra i gruppi che coverizzate ci sono anche i Barritas. La domanda un po’ stupida è: chi è Benito Urgu tra voi?

P: io e Tiziano siamo due istrioni, quindi ci esibiamo, facciamo stronzate, chi vede un nostro concerto se ne rende conto. Probabilmente per il mio ruolo di cantante però sono io il Benito Urgu della band.

T: anche se la coppola la porto io.

A proposito dei live, ho letto recensioni in cui Pierpaolo viene paragonato, per la carica che ha sul palco, a Iggy Pop e ad altri grandi nomi del punk e del rock. A me è venuto in mente anche il James Brown dei Blues Brothers. C’è anche questa componente?

P: la matrice gospel nella musica che suoniamo c’è, perché questo tipo di invocazione al Signore è stata fatta in primis dalla cultura afro-americana. Poi essere accostato a James Brown mi onora ulteriormente. Tra Iggy Pop e James Brown, mica male…

T: lui sul palco ha illuminazioni mistiche e lancia benedizioni al pubblico, quindi più o meno ci siamo.

Nel concerto farete solo pezzi dell’ultimo disco o anche del primo?

P: sarà un mix tra i due dischi, puntando sulla nostra parte più violenta però

T: esatto, stasera ci sarà un po’ tutto, ma abbiamo tolto la tastiera e punteremo sull’aggressività, sarà molto punk

L’ultima domanda è obbligatoria: vi ha già telefonato Papa Francesco?

P: no, ci è solo arrivato un SMS da Francesco, come si fa chiamare ora. È molto simpatico e spero che andremo a trovarlo presto in Vaticano, tanto siamo di casa lì.

Gli illuminati, la foto galleria di Francesca Pontiggia

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.