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Intervista a uno dei nomi più caldi del soul e rhythm'n'blues revival di questi anni, i Vintage Trouble, in vista del loro concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni il prossimo 27 luglio: una serata che si preannuncia come una tra le più calde dell'estate musicale. 

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Da qualche anno a questa parte gli amanti del soul e del rhythm’n’blues hanno potuto apprezzare diversi nuovi nomi, che sono andati ad aggiungersi nelle loro playlist ai grandi nomi storici degli anni ’60. All’interno di questa ondata capace di guardare a quegli anni con la giusta deferenza ma al tempo stesso con grande voglia di fare qualcosa di personale una delle band che ha riscosso maggiore successo sono i Vintage Trouble. Nati a Los Angeles, sono andati dapprima in cerca di successo nel Regno Unito per poi guadagnare un seguito planetario anche grazie a concerti in apertura a veri e propri nomi sacri del rock, ad esempio gli Who e, anche per le date italiane, gli Ac/Dc. In questa estate musicalmente molto calda i Vintage Trouble stanno per tornare dalle nostre parti, il 27 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni, stavolta per esibirsi come headliner. Nella convinzione che il loro concerto sarà uno dei più energici e sudati dell’anno, li abbiamo contattati per capire cosa ci aspetterà e conoscere meglio la loro storia. Ecco cosa ci hanno confidato.

Ciao a tutti e benvenuti su Indie-Eye. La prima domanda riguarda il concerto che farete al Carroponte di Sesto San Giovanni il prossimo 27 luglio: cosa dobbiamo attenderci dallo show?

Ty: Dovete attendervi l’inatteso e non dare nulla per scontato. Faremo di tutto per fare il miglior concerto del vostro anno e del nostro tour. Ci saranno balli e lacrime. Abbiamo bisogno di un pubblico esigente nei nostri confronti tanto quanto noi lo siamo nei suoi. I nostri show sono migliori di Tinder per ottenere appuntamenti!

Lo scorso anno avete suonato in un locale piccolo, il Bloom di Mezzago, mentre il Carroponte, dove suonerete quest’anno, è molto più grande. Che tipo di location preferite per i vostri concerti? Avete approcci diversi nei due casi?

Nalle: quello al Bloom dello scorso anno fu un gran bel concerto, molto sudato. Mi piacque molto. Io preferisco entrambi i tipi di location, danno tipi di emozioni diverse ma sempre appaganti. Un piccolo club sudato può essere molto intimo e sensuale, e questa cosa mi piace. Un posto più grande ti permette di offrire uno show più potente, puoi usare le luci e il suono per dare un’esperienza più completa a chi ti viene a vedere. Dipende da noi artisti dare il massimo a prescindere dal luogo in cui suoniamo. Quindi alla fine l’approccio rimane lo stesso, per quanto ci riguarda.

E ci sono differenze tra gli show in cui siete gli headliner e quelli in cui invece aprite per nomi più grossi?

Richard: sì e no. Portiamo lo stesso fuoco e la stessa passione sia davanti a 1000 persone che davanti a una folla da 100000. Uno show da headliner però è più lungo e può essere un po’ più intimo per sua natura. I nostri concerti come gruppo spalla sono quasi sempre stati davanti a folle enormi, dove una band deve progettare un po’ di più il suo show per raggiungere anche chi sta in fondo, e ha solo una piccola finestra di tempo per catturare l’attenzione del pubblico. Non preferiamo un tipo di concerto rispetto all’altro, entrambi hanno una loro allure. È bello mescolare le due cose come abbiamo fatto finora. Una cosa che abbiamo fatto per cercare di creare un feeling intimo anche davanti a tanta gente è stata mantenerci aderenti alla nostra impronta: la band è ancora settata come se dovesse suonare in un club. Questo mantiene una certa intimità secondo noi. Ty tende a espandersi ma poi torna sempre all’interno di questo nucleo ristretto.

Avete suonato prima di vere e proprie leggende del rock, ad esempio gli Ac/Dc e gli Who. Come vi sentite in quelle occasioni?

Rick: è un enorme onore e una grande opportunità di apprendimento allo stesso tempo. Ci ha reso più umili ma al tempo stesso ci ha dato molta energia perché molta della spavalderia e della fiducia in noi stessi che abbiamo provengono dalla fortuna di essere stati al fianco di quei giganti.

Avete anche suonato con Booker T in un brano del suo disco del 2013. Come è stato registrare con una leggenda del genere? Temevate di essere paragonati ai mitici M.G.’s?

Ty: non credo che si debbano fare paragoni quando si parla di arte. Booker T è tutto e anche qualcosa in più per la musica. La sua etica del lavoro e la sua integrità sono irresistibili. Quando ti guarda e suona fatichi a pensare che quel momento stia accadendo realmente. Che grande uomo con una grande anima! È una delle mie cinque leggende viventi, e sono felice di poter dire che è anche una grande persona dopo averlo conosciuto.

La vostra musica è un potente insieme di vari generi: blues, soul, rock’n’roll. Sono tutti tipi di musica che guardano agli anni Cinquanta e Sessanta: cosa vi fa amare quell’epoca?

Nalle: è stata una grande era per la musica! È arrivata l’elettricità! C’è stata una vera e propria impennata per quella musica e potevi sentire la gioia uscire dai solchi dei dischi. Chuck Berry, Sister Rosetta Tharpe, Muddy Waters, T-Bone Walker, Elvis Presley. Era onesta e le registrazioni catturavano una band in una stanza mentre faceva musica assieme. È una cosa che amo!

Ci sono molti musicisti oggi che suonano musica profondamente legata agli anni Cinquanta e Sessanta, ad esempio voi, Charles Bradley, Sharon Jones, Alabama Shakes, Eli Paperboy Reed. Vi sentite parte di una scena “retro”?

Richard: sicuramente qualcosa sta accadendo. E nonostante il fatto che le band che hai citato sono in giro fin dagli albori del genere, stanno ricevendo attenzione solo ora, un po’ in ritardo. Questo può essere dovuto a un contraccolpo nei confronti della musica quantizzata e povera che c’è in giro oggi. Persino i ragazzi più giovani stanno scoprendo musica più vecchia perché parla loro in un modo che forse non riescono nemmeno a comprendere, ma che sentono supremamente autentico. Speriamo che il pendolo continui a muoversi in questa direzione. Il mondo della musica di oggi diventerebbe un posto migliore.

E cosa pensate della musica mainstream di oggi? Vi piacciono hip hop e pop? Pensate che questi generi dovrebbero tenere maggior conto del passato?

Rick: io personalmente amo quella musica. La buona musica è buona musica, non conta da quale era provenga. Ho un background molto legato al pop e all’hip hop, così come al r&b e al soul. Per me ci sono solo buona e cattiva musica, e te ne accorgi quando ti colpisce.

Usate strumentazione vintage quando suonate e registrate?

Nalle: sì, solitamente suono e registro con amplificatori degli anni Cinquanta e Sessanta e alcune delle mie chitarre sono vintage. Amo quel tono che viene solo dagli amplificatori di quel periodo. Non so perché ma sono sempre stato attratto da quel suono.

Quali sono i primi artisti che vi vengono in mente che tutti dovrebbero ascoltare?

Un po’ di nomi più o meno moderni: Tina Turner, Little Willie John, Sam Cooke, Otis Redding, Jackie Wilson, Aretha Franklin, Carole King, Adele, Lauryn Hill.

All’inizio della vostra carriera avete cercato di ottenere successo prima nel Regno Unito. Perché? Pensavate che fosse un luogo più connesso con il vostro tipo di musica?

Ty: la nostra carriera è iniziata a Los Angeles. Abbiamo seguito le orme dello Stax 1967 Volt Tour e abbiamo portato il soul primitivo in un posto dove non era nato per andare incontro alle necessità di un pubblico che stava aspettando qualcuno come noi e poter guardare negli occhi quel pubblico. Abbiamo una grande relazione con esso e una grande mutua ammirazione.

1 Hopeful Road, il vostro secondo disco, ormai ha più di un anno di vita. State già lavorando al suo successore o per ora vi siete concentrati solo sui concerti?

Rick: abbiamo passato molto tempo tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo lavorando su del nuovo materiale e lavorando con ogni tipo di diverse combinazioni di produttori. Ora siamo tornati sulla strada ma abbiamo musica che viene buttata lì costantemente mentre siamo in viaggio così come una tonnellata di materiale che non è ancora stato pubblicato quindi, non appena finiremo questo giro a settembre, torneremo al lavoro per dare al mondo la nostra prossima opera.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.