Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Il leader dei seminali Mission of Burma si racconta in un'intervista esclusiva dove, accanto ad argomenti di natura musicale, affronta inedite problematiche medico-scientifiche. Per tutti gli amanti del noise. 

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Le foto di Roger Miller sono di Bridget Toner

Di tutte le formazioni citate da Michael Azerrad nel suo American indie 1981-1991 – dieci anni di rock underground, da poco pubblicato in Italia e recensito su Indie-Eye da questa parte, i Mission of Burma rimangono fra le meno note al grande pubblico. Come sottolinea l’autore del volume, la formula coniata dal gruppo alla fine degli anni ’70 – una miscela di punk rock, pop ed elementi derivanti dalla musica d’avanguardia – avrebbe costituito una fonte d’ispirazione straordinariamente influente, un canovaccio sonoro a cui si sarebbero ispirate numerose band venute alla ribalta nel corso degli anni ‘80. Fra i solchi del loro album capolavoro VS. – uscito nel 1982, a ridosso dello scioglimento – vengono poste le basi per quello che sarebbe stato il suono di Hüsker Dü, Sonic Youth (due formazioni che, nel complesso, avrebbero virtualmente codificato l’intero indie-rock) e R.E.M. (ascoltatevi Train e poi discuteremo se lo stile vocale di Michael Stipe non sia in qualche modo debitore di Clint Conley). Nonostante il rispetto tributato dai colleghi, tuttavia, i nostri non riuscirono mai a raggiungere un successo di pubblico soddisfacente, nemmeno per gli standard underground. Troppo in anticipo sui contemporanei, i Burma non fecero in tempo a godere del supporto di quelle infrastrutture (fanzine, etichette, distributori a conduzione familiare ecc.) che, soltanto pochi anni dopo, avrebbero costituito un supporto fondamentale per l’affermazione della musica indipendente americana. Proprio la pubblicazione del volume di Azerrad, tuttavia, sembra aver contribuito ad accendere l’interesse di una nuova generazione di fan nei confronti del gruppo, spianando così la strada ad un’inattesa reunion. Nel 2001 i tre si sono ritrovati a suonare insieme per una serie di concerti, che hanno portato alla pubblicazione di ulteriori tre album (OnOffOn del 2004, The Obliterati del 2006, The Sound, The Speed, The Light del 2009) e alla prosecuzione di un percorso musicale tutt’ora in evoluzione. In occasione dell’uscita italiana del volume, abbiamo sottoposto Roger Miller (voce, chitarra) ad una lunga intervista. L’artista ci ha parlato delle due vite della band e delle differenze che separano la scena indipendente degli anni ’80 dalla situazione attuale. Ha inoltre approfondito la problematica che, tra alti e bassi, lo affligge da oltre un trentennio: il disturbo uditivo noto come acufene. Su quest’ultimo punto invitiamo i lettori, in special modo quanti sono a propria volta coinvolti in attività musicali, a prestare particolare attenzione. L’acufene, infatti, è un problema che può insorgere a causa dell’esposizione prolungata a massicce dosi di rumore. Di conseguenza costituisce un potenziale rischio per chiunque non prenda le dovute precauzioni al riguardo. Buona Lettura!

Sembra che la pubblicazione del volume di Azerrad sull’underground americano abbia costituito un evento decisamente fortuito per la carriera della band. Che cosa puoi dirci al riguardo?

Il libro di Azerrad, insieme ad altri cinque o sei eventi (come ad esempio la morte di Joy Ramone), ha sicuramente aiutato i Burma a tornare sulla scena nel 2001 (anche se abbiamo fatto i primi concerti solo all’inizio del 2002). Il fatto di trovarci inseriti nel pantheon dei nostri idoli musicali ci ha lasciati esterrefatti. In un certo senso ci consideravamo al loro livello, ma non ci aspettavamo che nessun altro pensasse la stessa cosa! Di sicuro il libro ci ha dato una certa credibilità mainstream, e ha contribuito al successo della seconda fase della nostra carriera.

Dal momento che questa seconda fase è durata quanto – se non più – della prima, siete gli artisti più indicati a stabilire un parallelo fra passato e presente. Cosa vuol dire essere un musicista indipendente oggi, in relazione a quello che poteva significare negli anni ’80? Ritieni che la vostra attività sia più facile adesso, che riusciate a trarne maggiori soddisfazioni? Vedi intorno a te un fermento artistico paragonabile a quello che ha caratterizzato l’underground americano nei primi anni ’80?

Questa è una domanda delicata. Gli anni che vanno dal 1979 al 1983 (il nostro primo periodo di attività) furono caratterizzati dalla nascita di molti, genuini talenti creativi. Nel 1979, ogni mese c’erano almeno quattro nuovi gruppi assolutamente devastanti (i PIL, i Magazine, gli Stiff Little Fingers, un nuovo album dei Buzzcocks). Allo stesso tempo la cosa non sembrava importare a molti. Era una comunità molto piccola, formata da disadattati totalmente coinvolti in quello che facevano. Al momento TUTTI conoscono il post-punk e sembra esserci un contesto adatto per qualunque cosa. Ma non esiste più la NECESSITÁ di fare muro contro un nemico comune e creare qualcosa di nuovo. Per quel che ci riguarda, abbiamo molto più successo adesso rispetto ad allora. Durante il nostro primo periodo di attività le persone erano sconcertate quando ci venivano a sentire, spesso al punto tale da andarsene. Adesso il pubblico è molto più ricettivo verso la nostra strana miscela di pop aggressivo e avantgarde-rock. Ci stiamo abituando persino a suonare in occasione dei grandi festival, nonostante ci sia voluto un po’, e la gente ci apprezza sul serio. Di sicuro tutto questo ha reso la permanenza nel gruppo più piacevole e finanziariamente remunerativa. Non siamo più forzatamente estremi come un tempo, ma nello scambio ci abbiamo decisamente guadagnato! Inoltre, ad essere sinceri, ci riteniamo un gruppo molto migliore dal vivo adesso, e così la pensano diverse altre persone. Forse le nostre idee non sono radicali come potevano sembrare allora, ma concerto dopo concerto suoniamo sempre meglio, pur mantenendo quel senso di abbandono anarchico che ci caratterizzava nella fase uno. Per quanto riguarda il fermento creativo nel mondo del rock, no, non lo vedo. Al momento esiste TUTTO e in grandi quantità, molto è già stato documentato ed esistono canali di diffusione per qualunque cosa. Per cui non vedo alcuna rivoluzione (come furono il punk o la psichedelia) alle porte. Il punk in particolar modo fu una reazione alla mancanza di canali di espressione. Oggi di canali ne esistono così tanti che sembra di trovarsi in una palude. Inoltre non esistono motivi sufficienti per RIBELLARSI, col risultato che le idee si accalcano disordinatamente e vengono risucchiate da una delle numerose opzioni disponibili, ma non hanno tempo sufficiente per diventare davvero forti. Forse mi sbaglio, ma non credo.

Per quale ragione Martin Swope (il manipolatore di suono nella prima formazione dei Burma) ha deciso di non prendere parte alla riunione del gruppo? Come è stato lavorare con Bob Weston (Shellac)? Il fatto che utilizzi tecnologia digitale invece di un registratore a nastro ha in qualche modo influenzato il vostro processo di scrittura?

Martin adesso vive altrove e ha preferito non prendere parte alla cosa. È una sua scelta e la rispettiamo. Ogni tanto ci sentiamo. Nel selezionare un sostituto per Martin, Bob è stata una scelta assolutamente naturale: ha lavorato con ognuno di noi (ha suonato con Peter nei Volcano Suns, con me nell’ensamble da camera avanguardista XYLYL, ha prodotto l’album dei Consonant, il gruppo di Clint) e possiede mota esperienza sia dal vivo che in studio. Prima del nostro primo show ho analizzato tutte le canzoni, ho dedotto cosa faceva Martin e l’ho spiegato a Bob. Lui ha imparato le parti alla lettera e poi ha subito cominciato a prendersi delle libertà! Che è proprio la cosa giusta da fare. Non sappiamo mai che cosa Bob campionerà, quindi quando un pezzo è finito il suo contributo è spesso assolutamente fuori controllo! Utilizza un campionatore digitale invece della piastra a bobine che usava Martin (che era davvero pesantissima e molto delicata) ma questo non ha influito gran che sul nostro suono. Il suo ruolo è lo stesso di Martin, fa le stesse cose che faceva lui. Anche io ho aggiunto un nuovo distorsore alla mia attrezzatura, ma questo non ha avuto ripercussioni importanti sul nostro processo di scrittura. Il concetto è più o meno lo stesso.

Nel novero dei gruppi post-punk ho sempre visto gli Wire come la vostra controparte inglese. Al pari di voi, costituiscono un eccellente esempio di come sia possibile superare gli aspetti più ovvi del punk rock, per trasformarlo in qualcosa di artistico e innovativo. Curiosamente, la vostra rinascita dopo anni di inattività ha coinciso con la loro (Send, degli Wire, risale al 2003). Cosa ne pensate? Vi siete mai incontrati in tempi recenti?

Gli Wire hanno avuto un forte impatto su di noi quando abbiamo iniziato nel 1979, sebbene sotto molti punti di vista si trovino all’estremo opposto sul piano musicale (sono serrati e precisi, mentre noi siamo caotici e confusionari). Di certo il loro approccio intelligente ed artistoide, sommato a dei testi insolitamente meditati, si adattava bene a quel che volevamo fare. Da allora abbiamo suonato insieme in occasione di alcuni festival e siamo buoni amici. Sia io che Peter veniamo citati all’interno del volume che la casa editrice 33 1/3 ha dedicato al loro esordio Pink Flag, mentre io e Clint siamo andati a Barcellona, al Primavera Sound Festival, insieme a Graham (Lewis, bassista degli Wire) e a sua moglie ed è stato davvero spassoso! È interessante notare che i Peer Group, l’ultimo gruppo di Pete prima della reunion, hanno aperto il concerto dei Wire a Boston nel 2001. Clint suonava già il basso nel gruppo, mentre io mi sono inserito alla cornetta e all’organo solo per poter assistere allo show! Non ci saremmo persi il concerto degli Wire per niente al mondo. Anche se allora non potevamo sapere che l’evento ci avrebbe portato a suonare di nuovo insieme appena sei mesi dopo, di sicuro ci ha influenzati. Non fosse altro che eravamo di nuovo riuniti ad ascoltare le canzoni che ci avevano sconvolto nel 1979. E poi hanno SPACCATO! Non suonavano certo come dei vecchi rincoglioniti. Di sicuro tutto questo albergava da qualche parte nella mente collettiva dei Burma quando ci siamo riformati.

Nel suo volume Azerrad menziona più volte i tuoi problemi con l’acufene (la percezione di un fischio persistente che può verificarsi in una o entrambe le orecchie, a seguito dell’esposizione a forti rumori), problemi che alla fine hanno causato lo scioglimento del gruppo nel 1983. Prima di leggere il libro non conoscevo questa patologia, ma ho scoperto che ne soffrono moltissimi musicisti (tra gli altri Pete Townshend degli Who, Neil Young, Eric Clapton, Bono e the Edge degli U2, James Hetfield e Lars Ulrich dei Metallica, Moby, Colin Greenwood dei Radiohead…). Visto che costituisce un potenziale rischio per qualunque musicista o ascoltatore vorrei chiederti alcune delucidazioni al riguardo, in modo da orientare il comportamento di chi si trova nella tua stessa situazione. Anzitutto, quando ti sei accorto per la prima volta di soffrire di questa patologia? Che cosa se ne sapeva all’epoca e come hai reagito quando l’hai scoperto?

Ho sviluppato l’acufene nel 1977, quando ad Ann Arbor collaboravo con i Destroy All Monsters e col mio gruppo di allora, i Red Ants. Per farla breve, fui completamente sconvolto dall’accaduto. Smisi di suonare rock e mi dedicai ad un gruppo di improvvisazione pianoforte/sassofono. Nell’autunno del 1977, tuttavia, mi asportarono le tonsille e l’acufene scomparve! Così pensai che la cosa fosse temporanea. Tornai a vedere i Destroy All Monsters, l’acufene ricomparve e da allora non mi ha più abbandonato. Però il fatto che tonsille e orecchie siano collegate (gola, orecchie e naso sono interconnesse fra loro) è interessante e fornisce una serie di rimandi. Non conoscevo nessun altro con l’acufene all’epoca, nessuno ne parlava.

Nonostante sapessi di avere questo problema hai dato vita ai Mission of Burma, un gruppo noto per essere piuttosto rumoroso! Come ti sei comportato? Che tipo di protezioni hai usato?

Dunque, mi ero trasferito a Boston all’inizio del 1978 per lavorare come accordatore di pianoforti, non avevo nessuna intenzione di darmi nuovamente al rock. Ma la scena di Boston all’epoca era davvero vivace e non riuscii a trattenermi dal prender parte alla mischia punk rock. Ovviamente sapevo di avere l’acufene, ma sapevo anche che sarebbe stato da pazzi trascurare questa incredibile opportunità di fare musica. Usavo i tappi in gommapiuma, tutto ciò che era disponibile all’epoca. Anche Clint li usava nel 1979, quando abbiamo cominciato. Anche lui aveva l’acufene. Non credo fosse in stato avanzato come il mio ma chi può dirlo? Però usare i tappi era veramente da sfigati – letteralmente, eravamo gli unici a farlo! Quindi li abbiamo tagliati a metà, così che non fuoriuscissero dalle orecchie e non fossero visibili. Una volta sono rimasti incastrati e la ragazza di Cilnt ha dovuto estrarli con le pinzette!

Alla fine però la situazione è peggiorata e sei stato costretto a smettere.

Ho smesso perché in me l’acufene si manifestava con toni distinti, tonalità specifiche. Prima pulsavano piano, poi più forte, poi non pulsavano più e diventavano tonalità uniformi. Poi si aggiungeva un altro tono, pulsava piano, poi più forte, poi diventava persistente. La cosa mi terrorizzava, perché continuavano ad arrivare nuovi toni. Volevo essere in grado di sentire quando avessi compiuto 50 anni, così ho smesso di fare rock. Ad essere sincero adesso ho 58 anni e ci sento piuttosto bene! Fondamentalmente, una volta che l’acufene si è manifestato, l’unica maniera per fermarlo consiste nel sottrarsi alla sorgente del rumore. Quando ho sciolto i Burma e formato i ben più tranquilli Birdsongs of the Mesozoic il mio acufene è quasi sparito del tutto. Quando ho ripreso in mano la chitarra all’inizio degli anni ’90 con i No Man è ricomparso più vendicativo che mai.

Tuttavia da quando vi siete riformati hai ripreso a suonare un rock molto abrasivo e rumoroso. Come riesci a tenere l’acufene sotto controllo? Che tipo di precauzioni prendi? Ho notato, peraltro, che non usi più le cuffie protettive che indossavi all’inizio degli anni ’80.

Anzitutto pongo uno schermo di plexiglass fra me e Peter (Prescott, batterista). Inoltre tengo l’amplificatore a lato e non dietro, in modo che non mi rimbombi nelle orecchie, e non uso spie. Utilizzo dei tappi fatti su misura. Non sono del tipo che abbassa lo spettro sonoro di 15 o 20 decibel. Questi bloccano totalmente il canale auricolare, in modo da proteggermi da tutto il rumore che riescono a fermare! Non posso permettermi di prendere in considerazione le sfumature, devo ridurre il volume per quanto possibile. Sono fatte di una gomma particolare e si incastrano alla perfezione nel canale auricolare, quindi non scivolano via. A Boston le fabbricano per circa 80 dollari. Per questa ragione non uso più le cuffie, i tappi adesso sono molto più efficaci di un tempo.

L’acufene influisce molto sulla tua vita di tutti i giorni? Riesci ancora a goderti la musica e i concerti?

Ai concerti mi posiziono sempre a lato del palco, mai di fronte al gruppo che suona. Quando avevo 14/15 anni mi mettevo quanto più vicino possibile al palco, per essere investito in pieno dal suono degli amplificatori. Mi sembra chiaro che io abbia l’acufene adesso! Nella vita di tutti i giorni non lo avverto molto. A volte di notte, quando tutto è silenzioso, può darmi problemi. Ma l’essere umano riesce ad adattarsi a tutto, così semplicemente mi astraggo dal contesto e lo ignoro. In effetti raramente mi da fastidio, nonostante il volume del mio acufene sia piuttosto alto.

Sei affetto da qualche patologia correlata (sordità, iperacusia)?

No, e ne sono davvero grato.

Segui qualche tipo di terapia? Funziona?

Ho fatto agopuntura e non ha funzionato. Ho preso quintali di vitamina B e non ha funzionato. Eccetto rari casi, non esiste una cura. Almeno fino ad ora. Però, considerato che ne soffrono in molti e che dalla commercializzazione di trattamenti farmaceutici si ricava denaro, non mi stupirei se qualcuno prima o poi se ne uscisse con una soluzione. Questo sito web, Hearing Awareness for Rockers, è una risorsa estremamente utile per chiunque soffra di acufene.

Che cosa consiglieresti ai giovani musicisti che scoprono di soffrire di questa patologia?

Anzitutto, cercate di capire quanto la musica ad alto volume conti per voi. Io avevo chiaro fin dai 14/15 anni che la musica rock era quel che volevo fare. Se decidete che vale la pena continuare a suonare, indossate SEMPRE i tappi. A dire la verità, ogni musicista che fa uso degli amplificatori dovrebbe indossare i tappi. Persino i violinisti, che in un’orchestra siedono accanto ai trombettisti, sviluppano l’acufene. All’inizio può sembrare strano ma ci si abitua. Io ero talmente abituato che nella fase uno dei Burma riuscivo persino a equalizzare la batteria con i tappi. Gli schermi di plexiglass davanti alla batteria, tenersi lontano da amplificatori e monitor, sono tutte misure che aiutano. L’acufene per i musicisti, specialmente quelli rock, è un rischio del mestiere, almeno quanto il tunnel carpale lo è per un programmatore di computer e concussioni e ossa rotte lo sono per un giocatore di football. Ma si può mantenere il problema ad un livello basso, specialmente usando i tappi. Se non riuscite ad abituarvi usateli almeno alle prove, che solitamente si svolgono in luoghi piccoli e a volumi TROPPO alti. Quando si suona dal vivo i volumi sono generalmente più bassi che alle prove.

Prima di salutarci potresti dirci quali sono i progetti musicali in cui sei attualmente coinvolto al di fuori dei Burma?

Suono le tastiere e compongo nel gruppo di sonorizzazione per film muti Alloy Orchestra. Le cose vanno piuttosto bene con loro, abbiamo suonato a Udine lo scorso settembre. Sonorizzavamo il classico della fantascienza Metropolis e i biglietti sono andati esauriti! Insieme ai Mission of Burma rimangono la mia principale fonte di sostentamento e il gruppo con cui vado in tour più frequentemente. L’etichetta tedesca World of Sound ripubblicherà With Magnetic Fields Disrupted, l’album degli Sproton Layers, la formazione in cui militavo intorno al 1969/1970. Suonavo il basso e cantavo, oltre a comporre la maggior parte dei pezzi. Insieme a me c’erano anche i miei fratelli Laurence e Benjamin. La line-up comprendeva chitarra, basso, batteria e tromba. Azerrad li menziona nel suo libro, descrivendoli come Syd Barret accompagnato dai Cream. Molto psichedelici. Siamo davvero eccitati al riguardo. Sul mio sito potete trovare tutte le informazioni riguardanti la mia attività musicale. La scorsa primavera ho pubblicato un 45 giri a mio nome tramite la Fun World Products, l’etichetta che posseggo e dirigo. Un lato è costituita da una sinfonia per feedback di chitarra ispirata a John Cage, mentre l’altro è più simile a quello che faccio con i Burma, sebbene leggermente più estremo. A metà degli anni ’70 ero uno studente di musica e questo Novembre il New England Conservatory ha eseguito una mia composizione per viola, pianoforte, percussioni e suoni pre-registrati intitolata Snakes Dream Sky. Il mio obbiettivo era utilizzare le mie conoscenze di musicista rock in un contesto accademico. Ovvero, l’opposto di quello che faceva il prog-rock. A dire il vero la cosa è stata recepita piuttosto bene! Inoltre compongo regolarmente colonne sonore, di solito per documentari. Ognuno degli ultimi quattro anni ha visto presente un documentario da me sonorizzato al Sundance Festival. Potete trovare informazioni circa il mio lavoro di compositore per colonne sonore sul sito della Fun World, insieme ad alcuni miei disegni e storie.

Mission of Burma sul web

Alloy Orchestra sul web

Roger Miller su myspace

Fun World Music sul web

 

Federico Fragasso

Federico Fragasso

Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco