domenica, Settembre 27, 2020

French Connection di Cédric Jimenez: la recensione

In una Marsiglia assolata e brutale, il giovane magistrato Pierre Michelè chiamato a occuparsi del traffico di droga internazionale gestito dalla malavita locale. In cima alla cupola siede l’intoccabile padrino Gaetan Zampa, detto Tany, vertice della French Connection, prima esportatrice di eroina a livello mondiale. Fra il giudice e il bandito si snoda un’intricata matassa di corruzione, omertà e violenza che coinvolge tutti i gangli della società marsigliese, con pericolose infiltrazioni nella politica e nelle forze dell’ordine.

Il regista e sceneggiatore marsigliese Cédric Jimenez, al secondo lungometraggio dopo il più sperimentale Aux yeux de tous, ha potuto contare su un budget consistente per trasferire sullo schermo la vicenda del giudice lorenese Pierre Michel, ucciso con un colpo di pistola alla nuca nel 1981, nel pieno delle indagine che porteranno all’arresto del gangster di origini napoletane Gaetan Zampa, incriminato, come Al Capone, per crimini finanziari e poi suicida in carcere nel 1984.

Fin dal titolo (La French), la memoria corre subito al poliziesco targato William FriedkinIl braccio violento della legge – The French Connection il titolo originale – raccontava infatti la medesima storia dal punto di vista americano, con i poliziotti della squadra narcotici Jimmy Doyle e Buddy Russo che intercettavano misteriose spedizioni di droga provenienti da Marsiglia. Jimenez sposta l’asse sulla costa francese ma, come nel film di Friedkin, il bilancio sarà assai amaro, con il giudice ucciso e i politici corrotti rimasti saldamente al loro posto – il potentissimo Gaston Deferre, per trent’anni sindaco di Marsiglia, diventa perfino ministro di Mitterand. Se il poliziesco all’americana rimane un orizzonte nella costruzione dell’escalation drammatica, il riferimento principale è tuttavia il polar francese dei CluzotDeray o Verneuil, passando per le più recenti biografie di gangster tracciate da Assayas (Carlos) e Richet (Nemico pubblico N.1, sempre con Gilles Lellouche).

Gli elementi su cui si gioca il film di Jimenez sono essenzialmente due. Il primo è la ricostruzione della Marsiglia illecita e turbolenta dei secondi anni ’70. Fiumi di droga, uccisioni in mezzo alla strada, night club. La scena iniziale, con le auto dell’epoca che sfrecciano lungo la costa e l’omicidio a sangue freddo consumato al distributore di benzina, inquadra il territorio in cui ci muove. Un far west dove la criminalità organizzata gode di illimitata impunità, tanto da permettersi un delitto in pieno sole. Il secondo è il confronto drammatico fra due figure quasi archetipiche, fortemente caratterizzate ma tutto sommato credibili – il giudice incorruttibile e il padrino con aspirazioni borghesi.

In entrambi i casi le esigenze di spettacolo sembrano spesso prevalere sulla fedeltà storica. Il risultato è un poliziesco tradizionale, con qualche lungaggine di troppo nella parte finale. La lotta fra Michel e Zampa è orchestrata come una partita di poker ad alto rischio, con il leitmotiv dell’antica passione del giudice per il gioco d’azzardo (probabilmente creata ad hoc) a sottolineare il carattere frontale, quasi personale, dello scontro. Jimenez mette in scena i percorsi al tempo stesso divergenti e speculari di due personaggi che, come nella miglior tradizione del polar (e, prima ancora, del realismo poetico francese degli anni ’30), sono inevitabilmente votati al fallimento. Se il giudice, vero eroe tragico, si ritroverà sempre più isolato nella sua crociata contro il crimine, Zampa avrà il deserto intorno, con i pochi superstiti pronti a tradirlo. La medesima specularità – anche estetica, vista la somiglianza fra Jean Dujardin e Gilles Lellouche, coppia già collaudata nel cinema d’oltralpe (Gli Infedeli) – appartiene alla ricostruzione della vita privata dei due personaggi, cui è dedicato ampio spazio, con il confronto virtuale fra le rispettive mogli, l’inquieta Jacqueline e la frivola Christiane.

Lo spettatore gode di un punto di vista apparentemente onnisciente, una prospettiva privilegiata che inevitabilmente favorisce l’identificazione con la battaglia per la legalità del giudice. In realtà, è soltanto attraverso la progressione delle vicende che ci si rende conto, attraverso gli occhi di Michel, della posta in gioco, con una serie di scene rivelatrici (si veda l’incontro nel night fra Zampa e i corsi, cui Michel assiste di nascosto) e di successivi momenti dialogici che rivelano l’entità delle connessioni della French. E’ proprio questo scarto a offrire un istantanea dell’impotenza reale della giustizia, malgrado i molti arresti eccellenti e i molti cadaveri rimasti sul campo.

 

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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