Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Journey to the sun per la rassegna di Middle East Now! a Firenze dedicata alla regista turca Yesim Ustaoglu. Cinema “civile” che Ustaoglu costruisce con scelte sobrie e rigorose, evitando pietismi o intenti didascalici, suscita emozione e partecipazione solo mettendo in scena l’espressività della vita stessa. In programma venerdi 8 aprile ore 22:30 presso il Cinema Odeon 

Di

Yesim Ustaoglu, turca, classe 1960, nata in una zona a forte densità curda, non lontano dal confine della Turchia con l’Armenia, studi di architettura, lungo praticantato di giornalismo e critica cinematografica, gira nel 1999 Güneşe Yolculuk (Viaggio verso il sole) dopo un decennale apprendistato come regista di corti.

Mi è piaciuto girare cortometraggiquando si fanno cortometraggi si è liberi, con film più lunghi sei coinvolto in problemi di soldi “.
The Trace (Iz ) del 1994 è il suo primo lungometraggio, poi l’approdo alla ribalta internazionale con questo film coraggioso del 1999, co-produzione olandese/svizzero/tedesca (anche l’Italia ha avuto la sua parte con Fabrica di Benetton) girato dopo la cattura di Abdullah Öcalan, leader della rivolta armata curda in Turchia, e prima del suo processo farsa a Imrali. Il Festival di Berlino le assegnò, quell’anno, il Blue Angel Award, e al Festival di Istanbul raccolse premi come miglior film e regia. Güneşe Yolculuk è la strada, il viaggio verso il sole. Amara ironia nel titolo. Un sole enorme riempie lo schermo tramontando in acqua mentre scorrono i titoli di coda. Il viaggio verso “oriente” (così i Turchi chiamano il Kurdistan) di Mehmet (Newroz Baz) è arrivato a destinazione, la targa di Zorduç, paese di Berzan (Nazmi Qirix) il suo amico curdo, ciondola sghemba sul palo che spunta dall’acqua in precario equilibrio.

Berzan è nella povera bara di quattro assi di pino che l’amico ha trascinato fin là da Istanbul con tutti i mezzi che ha trovato. L’ultimo è stato un carretto tirato da un cavallo che l’ha depositato fra case diroccate con grandi X di vernice rossa tracciate sui muri, il segno della peste, cioè della presenza di curdi da stanare, uccidere, gasare. Moderni pogrom per nuovi shtetl. Una gran distesa d’acqua sta lentamente ingoiando quel che resta del paese di fango e pietre da cui Berzan era fuggito dopo il massacro della famiglia per cercare il padre deportato a Istanbul. La costruzione di dighe in tutta la zona ha ridisegnato il territorio alluvionandolo, tra poco di questa fetta di terra non rimarrà traccia. Mehmet guarda dalla riva, ha spinto la bara in acqua, lo stridìo dei gabbiani si fonde con le sonorità di chitarre acustiche, clarinetto e sax che danno voce alle immagini dipinte dalla luce rosata del sole e fotografate da Jacek Petrycky (già collaboratore di Kieslowski).

Lingue di terra in lontananza si allungano nell’acqua, una torretta di guardia, forse un carcere, una volta, o un posto di confine, spunta come una palafitta. Tutto il resto è solitudine e lo schermo torna nero, come la terra quando il sole scompare. Yesim Ustaoglu procede per ellissi e vuoti di sceneggiatura, il film nasce da una storia scritta da Tayfun Pirselimoglu, suo ex marito, ma non è ingabbiato in un racconto fluido. Istanbul e poi le terre verso oriente che Mehmet attraversa sono i luoghi abitati dal tempo dove tutto, visibile e invisibile, è tangibile senza diventare racconto nè metafora, è immagine cinematografica pura che pone il tempo reale dell’uomo al suo centro, “ il mondo intero che si riflette in una goccia d’acqua, in una goccia d’acqua soltanto!” (A.Tarkovskij, Lezioni di regia, 1967-1981)

Dialoghi brevi di vite qualsiasi, gesti quotidiani nelle strade e nelle piazze, fra minareti e suk all’aperto, tengono basso il profilo. Inserti documentari televisivi di rivolte carcerarie o raid punitivi per la caccia al curdo generano impennate improvvise, tanks che pattugliano i territori espropriati del Kurdistan e controlli militari su normali passeggeri di tram segnano vertiginose cadute in inferni disperati in cui Mehmet e Berzan si muovono come farebbero tutti i giovani del mondo, alla ricerca di lavoro e di amore.
La loro amicizia è nata durante una fuga notturna di Berzan dalle mazze dei giustizieri della notte, fra i vicoli sporchi e gli interni degradati di una Istanbul in bilico fra splendore turistico e guerra nascosta, moschee svettanti verso il cielo cariche d’oro e porte tarlate con le infernali X di vernice rossa. Entrambi vivono vite da immigrati.

Mehmet viene dall’ovest, da Tire, vicino a Smirne sull’Egeo, è turco ma sembra un curdo per il colore della pelle. Fa lavoretti, coabita in un tugurio con altri spiantati, guarda il mondo con grandi occhi timidi e frequenta Arzu (Mizgin Kapazan ) , una ragazza dolce e silenziosa come lui, che lavora in una lavanderia a gettoni. Berzan è solare e protettivo, guarda il mar del Bosforo e dice a Mehmet che è venuto qui da un paese al confine con l’Iraq “per contare i gabbiani”. E’ braccato dalla polizia e ha un destino segnato che converge con quello di Mehmet.
Il corpo dei protagonisti e gli spazi in cui vivono è ciò di cui la regista si serve per parlare di integrazione negata e intolleranza, modernizzazione e durissimi costi da pagare, aspettative di vita e caduta delle certezze.
Nulla che faccia riferimento diretto alla storia e alla politica, ma lo spostamento dal familiare al sociale e al perturbante opera ininterrottamente dentro le immagini, lontane da moralismi e ideologie, solo vicine al grido, muto e umano, di chi soffre senza speranza. Mehmet e Berzan non sono politicizzati. Il primo è impiegato nell’azienda idrica municipale e gira con uno strano aggeggio per localizzare eventuali perdite nelle tubature sotterranee, l’altro vende cassette di musica sulla bancarella vicino al ponte di Galata, vorrebbe trovare il padre e poi tornare al suo paese dove c’è la ragazza della foto nel portafoglio. Una potente ventata se li porterà via. Mehmet arriverà, passando attraverso il carcere, le discariche e i bassifondi di Istanbul, alla comprensione di una realtà fino ad allora sconosciuta, e il suo viaggio con l’amico morto verso quel paese lontano, in cui la bellezza della natura contrasta dolorosamente con le devastazioni degli uomini, sarà il suo percorso di formazione. Berzan chiuderà lì la sua breve storia di ragazzo che voleva tornare al suo paese che ora non c’è più.

Paola Di Giuseppe

Yesim Ustaoglu
Viaggio verso il sole
Turchia - 1999

Con Newroz Baz , Nazmi Qirix , Mizgin Kapazan , Nigar Aktar , Iskender Bagcilar , Ara Guler
Durata 104'
Titolo originale Güneşe Yolculuk
Formato audio italiano