Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Maresco affida al cinema l’elogio di Franco Scaldati, non quello funebre di ipocriti sindaci e assessori affetti da presenzialismo incurabile, il suo è l’elogio di una vita perfetta, come solo può essere quella di un uomo vero. 

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Il teatro di Franco Scaldati è uno straordinario esempio di resistenza morale e culturale di fronte alla barbarie che avanza senza tregua. E` stato per me un privilegio averlo conosciuto ed essere stato suo amico. Spero con questo mio documentario di contribuire alla conoscenza di un grande poeta e di un grande uomo, la cui arte ha tanto da dire a questa nostra generazione confusa e disperatamente sola”.

Parole di un amico, Franco, per un amico, Franco, morto due anni fa lasciandosi dietro una scia di rimpianti, quelli di chi non ha potuto conoscerlo, perché non si era lì, perché non era un uomo televisivo, perché la sua Palermo non era quella delle stragi, dei morti e delle commemorazioni. Perché era un poeta, e i poeti, oggi, sono merce scaduta.
Oggi si scrivono “coccodrilli” post mortem e  per la prima volta, il primo di giugno di due anni fa, Scaldati riuscì ad entrare dalla porta principale del teatro Biondo, ma era dentro una bara.
Franco è morto disperato, aveva gettato la spugna, dopo una vita intera passata a crederci, a fare, lottare e, soprattutto, amare.
Ma un vero amico l’aveva, Maresco, e a volte basta per ricompensarci di tutto.
E Maresco affida al cinema l’elogio, non quello funebre di ipocriti sindaci e assessori affetti da presenzialismo incurabile, il suo è l’elogio di una vita perfetta, come solo può essere quella di un uomo vero.
E`stato per me un privilegio averlo conosciuto ed essere stato suo amico.”

Franco Scaldati era detto “il sarto” perché da ragazzo aveva imparato a tirar su l’ago in una piccola azienda di parenti. Erano tempi duri, dopo la guerra, e bisognava aiutare la famiglia. Ma poi arrivò il teatro, e fu la passione di una vita intera, sempre mal ricompensata, non capita, mai riconosciuta:

Tutto sommato, vorrei essere la coscienza critica del teatro italiano. Vorrei essere la spina nel fianco, ma so che gli altri se ne fregano e non mi considerano tale. […] Un teatro che sia portatore di poesia, poesia violenta, che chiede implicitamente un cammino più solidale fra gli uomini, senza guardarsi allo specchio, senza appagarsi di se stesso, così come sembra essere tutto il teatro italiano di oggi.
Questo diceva Scaldati nel 2007 in un’intervista a Ciprì e Maresco reperibile in rete.

Autore, attore, regista, con Scaldati il teatro tornava ad essere quel luogo sacro della polis per cui era nato, lo spazio di Dioniso, il dio “diretto”, senza compromessi o ambiguità oracolari, non “obliquo” come Apollo. Accoglierlo come un’esperienza totalizzante, che investiva tutta la sfera dell’essere, era necessario perché avesse luogo la catarsi. Dunque, inevitabilmente, un dio destinato ad essere smembrato, fatto a pezzi, di volta in volta, nelle forme dettate dal tempo e dalle mode.
Nel mito furono i Titani, nella Storia si è meno fantasiosi, basta qualche consiglio di amministrazione che nega i finanziamenti,
Dioniso incarnava tutto ciò che vi è di istintivo, sensuale, caotico e irrazionale nella vita.
Perché fare teatro, perché esserci?”. Era la domanda continuamente riproposta alla sua coscienza critica, e questa era la risposta: “ Per dare voce alla poesia, per indicare un cammino più solidale fra gli uomini”.
Uomo dell’Albergheria, il suo quartiere a Palermo, ne ha parlato il dialetto facendolo diventare lingua poetica, e il teatro indipendente è stata la sua creatura e il suo regno.
Maresco ne fa un ritratto amaro e pieno di affetto, lontano dagli applausi che si fanno ai funerali ma si fanno mancare in vita.
C’è, in questo ritratto, l’indignazione giusta di chi, amico o no, vede compiere una vergognosa ingiustizia e ammira la radicalità dell’uomo che non scende mai a compromessi.
C’è la dolcezza nel raccontare la straordinaria leggerezza di quel corpo massiccio, irto di peli, con la sua voce cavernosa, inconfondibile, che recita versi d’amore come un menestrello alla corte di Federico II.
C’è, infine, la capacità di ricondurre in vita il “dio-altro”, il “dio-estraneo”, il “dio-straniero”, il dio che non fa parte del consesso olimpico perché forse è venuto da lontano, dal di fuori.
Essere “altro” significa divenire uguale alla “totalità”, maschera che contiene una polarità di significati opposti: è “presenza” e “assenza”, ha orbite vuote ma è oggetto sacro perché considerata epifania del dio, e aspetta di essere indossata da qualcuno che, indossandola, diventi dio lui stesso.

E’ “la bellezza degli sconfitti” diceva Scaldati.
Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente sè stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza.

Paola Di Giuseppe

Franco Maresco
Gli uomini di questa città io non li conosco - Vita e Teatro di Franco Scaldati
Italia - 2015

Con Franco Scaldati
Durata 115 min