sabato, Settembre 26, 2020

Wolfskinder di Rick Ostermann a Venezia 70: la fuga dei bambini lupo

Il mio background familiare e le storie che si raccontavano nei miei viaggi negli ex territori tedeschi dell’Est hanno ispirato il mio desiderio di fare un film sul destino di queste persone e le loro esperienze.

Così Rick Ostermann sul suo primo lungometraggio, presente nella sezione Orizzonti a Venezia 70.
Solo ventotto giorni di riprese in Lituania, nel luglio scorso, ma la storia viene da lontano ed è stata a lungo elaborata nella memoria e in ricerche accurate prima di diventare film. I bambini–lupo, Wolfskinder, orfani tedeschi di genitori uccisi dall’Armata Rossa dopo la liberazione (un numero incerto, forse 25.000, di cui sopravvissuti 5000) vagarono abbandonati a sè stessi nei territori della Prussia orientale, fra boschi e paludi, fattorie abbandonate e fiumi vorticosi, in fuga dai soldati sovietici, ridotti ai margini della società e avviati ad un destino di dolore e solitudine.

Chi li aiutava rischiava la deportazione in Siberia, pertanto dovettero dimenticare nome, identità, lingua pur di avere del pane dai contadini lituani, che offrirono ospitalità riducendoli spesso in schiavitù. Una storia minore nel grande affresco della Storia, e, quel che sconvolge, sconosciuta finora. Oggi in gran parte morti, molti di loro furono respinti dalle famiglie di origine (quel che ne restava) quando tentarono di ricongiungersi nel dopoguerra. Non riconosciuti, privi com’erano di identità, memoria e linguaggio, le poche decine ancora in vita nel 1992 crearono l’ Edelweiss – Wolfskinder, associazione di poche decine di iscritti.

Per i due ruoli adulti principali, Ostermann ha scelto Jördis Triebel e Jürgen Vogel, mentre il protagonista, il quattordicenne Hans, è un Levin Liam di notevole intensità espressiva. In fuga con la madre e il fratello di nove anni dalle violenze dell’armata sovietica, Hans perde la madre che muore di fame e di freddo. Sulla strada verso la Lituania scompare il fratello mentre attraversano un fiume, e per il ragazzo inizia una marcia straziante e senza meta , rischiando ad ogni passo la vita con altri bambini, per trovare il fratello che aveva giurato alla madre di proteggere.

Dal Manifesto di Oberhausen fino al cinema tedesco contemporaneo del dopo muro, la storia tedesca non ha mai smesso di essere un terreno da affrontare, vivisezionare, interrogare per trovare risposte.

Senza necessariamente toccare gli apici di Reitz con Heimat, affresco che contiene l’intero secolo con tutte le sue stimmate, Wolfskinder si colloca lungo quel crinale da cui la Germania guarda le sue ferite, un doppio versante che dalla Storia ufficiale delle Cancellerie e degli Archivi di Stato si sposta su universi interiori e territori nascosti alla vista. Un cinema che dei suoi protagonisti bambini ha sempre parlato poco, forse per pudore o forse per rimozione, fa affiorare adesso, nelle pieghe di vicende già ampiamente conosciute, una storia che ha perso il suo connotato di tragica contabilità dell’orrore per diventare racconto.

Il contrappunto tra vicenda privata e dramma collettivo si snoda nel film in ampie volute, focalizza volti e vicende che s’intrecciano e si separano tragicamente, culmina nel realismo descrittivo di fortissimo impatto delle scene di fuga, fra acquitrini e canneti, radure boschive e campi sterminati, albe e tramonti di bellezza scandalosa di fronte al martirio di bambini laceri, autentici, dimenticati da tutti tranne che dalle pallottole di soldati sovietici di passaggio.

E’ un film senza redenzione, Wolfskinder, e il ricordo del piccolo Edmund di Germania anno zero e della sua infanzia contaminata corre veloce alla mente. Nulla che vada oltre misura, Ostermann conosce il pregio della compostezza classica che già appartenne a Rossellini  nel mostrare l’indicibile. Nessun riferimento all’evento storico, il mondo degli adulti scompare e l’universo si chiude intorno a questi bambini come una trappola assurda. Vivono senza porsi domande, fuggono senza sapere da chi e perché, le parole quasi scompaiono, resta la pura ricerca di sopravvivenza in questi cuccioli di lupo abbandonati in un angolo maledetto del pianeta terra.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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