venerdì, Dicembre 4, 2020

Di nuovo in gioco di Robert Lorenz (Usa, 2012)

Quel volto dallo sguardo azzurro e dalle labbra serrate era altrettanto indimenticabile quando Leone diceva di lui che aveva soltanto due espressioni: con il cappello o senza cappello. Quel volto, ora, è una maschera granitica, solcata dalle rughe e dal talento. Dell’espressione indecifrabile, con le labbra in tralice, è rimasto un digrignare di denti tutto suo, quasi a ringhiare un atavico dissenso. Un “visus” che è cinema, paradossalmente, ancor prima di incontrare la macchina da presa. E che, abitandola, la costringe a scrutare il suo adombrarsi, indagandone le pieghe.

Funzionava, agli albori, con l’insistere impietoso di Leone su ciglia aggrottate e perle di sudore, lezione di primo piano tutt’ora inarivvata. E funziona, ancora, con l’osservare asciutto dello stesso Eastwood, e la capacità del dire molto nell’incisiva razionalità della messa in forma. Ma con il cinema di Robert Lorenz, tanto acerbo nell’autonomia quanto povero di indipendenza, il volto di Clint fagocita ogni cosa.

Un film “conClint Eastwood ma non “di” Clint Eastwood, viene indicato Di nuovo in gioco (Trouble with the Curve). Una definizione di comodo che, senza pretesa di esaustività, nasce più che altro per praticità tassonomica. E forse anche, inconsciamente, dal bisogno di prendere le distanze dalla presunta filiazione artistica tra l’autore e il neofita, tacitamente suggerita dai credits e apertamente sbandierata dai trailer. Ma, dopo la visione, l’approssimazione si rivela del tutto calzante. Perché Di nuovo in gioco si plasma su Clint Eastwood proprio mentre da lui- e attraverso di lui- si vorrebbe affrancare. Per Clint è pensata la trama crepuscolare, su Clint è cucito il protagonista burbero e conservatore, a Clint ammicca- o vorrebbe ammiccare- la regia dai gesti fluidi e ponderati. Non solo. Clint Eastwood permea la pellicola in ogni fotogramma con la semplice ingombranza del suo esserci. Certo ci sono Amy Adams, Justin Timberlake e persino John Goodman. E ciascuno fa un ottimo lavoro, considerando la sceneggiatura non proprio prodiga di spunti. Ma è attorno a Clint che tutto gravita, e con un’orbita talmente prevedibile da perdere ogni attrattiva senza neanche provare a contenderla. Certo ci sono delle idee. Il rapporto irrisolto tra padre e figlia, la perdita della vista che va di pari passo con il tramonto della carriera, con l’acuirsi di un diverso sentire e di una nuova percezione del mondo. Ma la messa in forma convenzionale si avvale più che altro delle interpretazioni. Quanto allo sguardo sul mondo del baseball, il paragone risulta impietoso a confronto con L’arte di vincere (Miller, 2011), chiamato, peraltro, direttamente in causa da una battuta di Gus. Non più partite relegate agli schermi e “loser” contemporanei, dunque, ma macchiettistici villain e la più trita regia delle azioni. Uno scivolare dritto verso il finale che lascia emergere il “Trouble with the curve” di Lorenz  e resta a galla soltanto perché mette Clint Di nuovo in gioco.

Lisa Cecconi
Lisa Cecconi è nata a Firenze nel 1984. Si è laureata all’Università di Bologna in Cinema, televisione e produzione multimediale con una tesi sulla strumentalizzazione dell’immaginario apocalittico nel cinema hollywoodiano. Ha seguito numerosi festival collaborando talvolta all’organizzazione, alla stesura dei cataloghi critici e alla presentazione dei film in rassegna. Attualmente coltiva la sua passione per il cinema scrivendo recensioni on-line.

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