mercoledì, Aprile 24, 2024

Venezia 65 – Gabbla (Inland) di Tariq Teguia – in concorso.

Secondo film africano in concorso dopo Teza di Haile Gerima, Gabbla ( che in arabo dialettale significa hinterland, entroterra) dell’algerino Tariq Teguia, segue la vicenda di Malek, (interpretato dal non attore Fethi Ghares, presente anche in Roma wa la n’touma dello stesso regista presentato nella sezione Orizzonti a Venezia due anni fa), un topografo incaricato di fare dei rilevamenti per portare l’elettricità in una regione desolata dell’Algeria occidentale, terra vessata dal fondamentalismo e dalla presenza di mine, che cambierà direzione dopo l’incontro con una giovane ragazza del Ciad, in fuga dalla guerra e dal suo paese.
Il silenzio e la fissità del film che restituisce un tempo restituiscono un tempo iper-reale quasi ipnotico: tranne che in un paio di punti la colonna sonora è totalmente diegetica, quasi sempre minimalissimo rumore d’ambiente, tagliato però da intrusioni di voci accalcate in alcuni destabilizzanti segmenti, come nella scena della festa dei contadini islamici, alla quale Malek è invitato, in cui la musica e il canto fanno da padroni. Spesso anche lo sfondo d’ambiente scompare, risucchiato da un ovattata sordità che obbliga a perdersi nell’evidenza fotografica delle dune, delle distese di un paesaggio allungabile all’infinito. Totalmente scisso dal percorso del protagonista è il quadro intermittente, girato alla Cassavetes o alla Kechiche, di un gruppo di persone (tra le quali anche l’ex moglie di Malek) che, parlando l’uno sopra all’altro, discutono animatamente della situazione algerina e del ruolo dell’intellettuale nella lotta militante, molto simile a Come back Africa!, di Lionel Rogosin, ambientato però nella Johannesburg degli anni ‘60, dove la vicenda del protagonista è ugualmente frammentata da riunioni, più goliardiche però, con musica e alcol, di intellettuali che discutono e filosoffeggiano sul ruolo ruolo nella lotta politica. Chissà se Teguia l’ha visto.
I due film però sono per il resto completamente diversi: Gabbla non ha nessuna intenzione di denuncia sociale e una modulazione che si distacca completamente, apparte la breve parentesi della festa, dal ritmo complusivo delle musiche tradizionali africane, caratteristiche del film di Rogosin.
Ogni avvenimento, anche il più irrilevante, si ritaglia il suo spazio dilatato, prendendosi tutto il tempo e anche quello che non gli serve più: dominano i piani fissi, e l’omogeneità cromatica sui toni del seppia si squarcia talvolta nell’esattezza di campiture forti, di celeste, verde, disposti nel quadro come porzioni pittoriche. Anche le dinamiche sentimentali sono asciugate in pochissimi, ma eloquenti, gesti: l’avvicinamento tra Malek e la ragazza in fuga è fotografato per la prima volta nel quadro fisso che li vede dividersi un arancia, entrambi seduti sulla stessa brandina, ma a due piani di profondità diversi congiunti solamente dal passaggio del frutto.
Il tema del confine sta tutto in questo passaggio, e si allarga a comprendere il senso figurativo del film: la marcia dei due, oramai amanti e complici nella necessità di trovare un ritorno che non è più casa, o forse è solo quella, si conclude con la separazione e la corsa della ragazza verso una linea di fuga che divide due territori identici: il deserto, emotivo, esistenziale, c’è da entrambe le parti della frontiera. Affascinante.

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