venerdì, Febbraio 23, 2024

La versione di Barney di Richard J. Lewis: la recensione

(La versione di Barney, è online anche la recensione di Alfonso Mastrantonio)

Sono sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio, a tre mogli. La prima è morta, mentre la Seconda Signora Panofsky, nonostante sia passata un’eternità, al solo sentire la mia voce strillerebbe: “Assassino, cosa ne hai fatto del cadavere?“. Questa, in estrema sintesi, la vita e il pensiero di Barney Panofski, ebreo di Toronto sul far della settantina, uno dei personaggi più cinici e allegramente irriverenti che siano apparsi sulla scena letteraria degli ultimi 15 anni. Il progetto di una versione cinematografica del bestseller ‘La versione di Barney’ era nell’aria da tempo, ma dopo la prematura scomparsa del suo geniale autore, Mordecai Richler, una delle penne più audaci e politicamente scorrette della narrativa contemporanea, sembrava difficile che qualcuno si accollasse un simile fardello e riuscisse a condensare in un paio d’ore le ingloriose gesta del suo personaggio più memorabile. A raccogliere la sfida sono Richard J. Lewis, più noto al pubblico americano come regista televisivo, con alle spalle qualche titolo non esattamente memorabile (fra i quali figura ad esempio ‘Poliziotto a quattro zampe 3’), e il giovane Michael Konyves che, dopo qualche versione spedita al macero, firma la sceneggiatura definitiva. Il risultato può dirsi riuscito soltanto a metà se quel che ne risulta è una commedia piacevole e ben dosata, ma assai convenzionale, che ruberà più di un sorriso anche agli spettatori più smaliziati e farà presumibilmente gridare al tradimento i richleriani più integralisti. Ridondante e incontenibile, e pressoché irriproducibile sul grande schermo, è infatti l’eloquio di Barney, patron dell’ormai leggendaria Totally Unnecessary Production, che annovera fra i suoi titoli di punta ‘Giubba rossa McIver:presente’, con Solange, bellezza dell’est prossima al pensionamento, nei panni della procace infermiera protagonista (e, chicca per cinefili, nei panni dei sonnacchiosi registi ci sono i volti più noti del cinema canadese, da David Cronenberg ad Atom Egoyan). Barney, mal assistito da una memoria ormai zoppicante, senza freni e senza pudori racconta di una vita sempre all’insegna dell’esagerazione, con scorribande continue tra presente e passato e aneddoti che si mescolano senza soluzione di continuità, intervallati da qualche telefonata ai figli o da una boccatina all’inseparabile Montecristo. Annacquando l’inesorabile carica dissacratoria del romanzo e sacrificando per esigenze di copione alcuni degli episodi più gustosi, il film sceglie una narrazione più lineare, dipanando in ordine cronologico l’intricata matassa di un’esistenza in caleidoscopica evoluzione, e concentrandosi sulle burrascose vicende sentimentali di Barney che, dopo tre mogli e due divorzi, si ritrova solo e perdutamente innamorato della bella e paziente Miriam, il suo unico grande amore. A Roma (Parigi nel libro) un giovane, ma già grassoccio, Barney, spende i suoi anni bohèmienne all’insegna di solenni bevute in compagnia di un gruppetto di artistoidi perennemente in bolletta, e alla fine sposa Clara, folle pittrice e suicida per vocazione, poi adorata dalle femministe. Tornato in Canada appena prima di aver consumato qualsiasi sostanza lecita e illecita in compagnia dell’amico Boogie, talentuoso romanziere mai visto sobrio, Barney approda a nuovi lidi con la viziata e ricchissima Seconda Signora Panofski, rampolla milionaria dedita all’acquisto compulsivo di abiti e accessori. Dopo un esilarante e goffissimo tradimento, scampato anche ad un’accusa per omicidio, finalmente Barney può coronare il suo sogno d’amore con Miriam, che gli perdona perfino di essersi presentato ubriaco e barcollante al primo appuntamento. Il film indugia sulla storia d’amore fra due persone irreparabilmente diverse, al tempo stesso così lontane e così vicine, ma il tramonto sarà all’insegna della malinconia e della solitudine per un personaggio pieno di rimorsi e alieno dai rimpianti. Alle prese con la scoppiettante prosa di Richler, ‘scrittore internazionalmente noto in tutto il Canada’, come lui stesso amabilmente si definiva, Lewis e il suo sceneggiatore sfrondano la trama, soprattutto nella prima parte, e rinunciano a molti dei personaggi secondari, fra cui il tanto vituperato Terry McIver (la cui ingiuriosa biografia, dall’evocativo titolo ‘Il tempo, le febbri’ è all’origine del piccato e torrenziale resoconto di Barney, naturalmente sempre pieno di buone parole per il nemico di una vita), offrendo però un ruolo di primo piano a Izzi Panofski, il padre di Barney, irresistibile poliziotto in pensione, dai metodi assai poco convenzionali e dall’irrefrenabile passione per il gentil sesso. Se la regia non offre grandi sorprese e la sceneggiatura è spesso costretta a rinunciare alle battute più salaci, azzeccata è certamente la scelta degli interpreti, tra cui spiccano un Paul Giamatti calato anima e corpo nelle stropicciate vesti di Barney, e un Dustin Hoffman in gran forma nei panni del padre (i duetti al secondo matrimonio e le generose elargizioni di improponibili consigli paterni sono fra i momenti più riusciti della pellicola), attorniati da una schiera di volti più o meno noti (Bruce Greenwood è l’odiatissimo Blair, vittima designata degli scherzi più crudeli, mentre Minnie Driver è l’antipatica seconda moglie) che colorano il variegato e impareggiabile universo di Barney.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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