giovedì, Marzo 4, 2021

On the road di Walter Salles (Usa, 2012)

Ci sono testi letterari in grado di assorbire e di trasmettere lo spirito del proprio tempo, consegnandolo ai contemporanei e alle generazioni successive. Se “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald è il testamento dell’età malinconica dello swing, “On the Road” di Kerouac è lo specchio delle trasformazioni dell’America dei ’50 e dei ‘60. La traduzione cinematografica di questi testi-mondo, con notevoli eccezioni (il David Cronemberg di “The naked Lunch”, per restare in tema), è spesso deludente, incapace di trasmettere la corrente emotiva che ammanta un’epoca e, al contempo di restituire quella stessa freschezza di sguardo che animava l’originale letterario. Questo sembra anche il destino dell’“On the Road” di Walter Salles che, dopo il Che Guevara de “I diari della motocicletta”, si mette sulle tracce di Sal Paradise, Dean Moriarty e Carlo Marx, alter ego rispettivamente di Jack Kerouac, Neal Cassidy e Allen Ginsberg, gli eroi della beat generation. Attorno a loro ci sono le famiglie (borghesi o disadattate), gli amici e le donne (la dolce Camille e l’inquieta Marylou), frammenti di un’esistenza senza dimora attraverso gli States. Campi lunghi, panorami rurali e rapidi stacchi di montaggio sono gli ingredienti di cui si serve il cineasta brasiliano per un adattamento rispettoso e senza guizzi, che ricostruisce il mood presessantottesco rievocandone le suggestioni letterarie (da Proust a Celine) e gli eccessi indotti da alcool, droghe e spirito artistico. Fratellanza e condivisione (delle donne, delle esperienze e delle risorse intellettuali e materiali) sono il pilastro della controcultura che si nutre (anche) dello sguardo scandalizzato di un mondo adulto paludato. Nei panni dei ribelli per vocazione ci sono alcuni dei volti più promettenti della nuova Hollywood (da Sam Riley, già visto nei panni di Ian Curtis in “Control”, a Kristen Stewart, decisa, come il collega Robert Pattinson, a liberarsi dall’allure vampiresca della saga di “Twilight”). Quasi un cameo per Viggo Mortensen-William Borroughs, fratello maggiore della generazione che travolgerà leggi e convinzioni consolidate. Eppure, malgrado l’attenta ricostruzione d’ambiente e la ricchezza dei dettagli, la pellicola procede senza trovare il proprio ritmo autonomo, limitandosi a inanellare in sequenza lineare le imprese dei tre compari. La descrizione dei tre protagonisti, lo scapestrato Dean, il riflessivo Sal e l’impacciato Carlo riproduce senza gradi variazioni lo stereotipo dell’aspirante scrittore romantico e folle, perennemente sotto l’effetto di alcool e sostanze varie. Uno stordimento collettivo cui si alternano scorci rurali, furibondi litigi e meditazioni sull’arte. Se un buon adattamento deve necessariamente tradire il proprio modello, Salles si limita a un’attenta esecuzione, confondendo l’originaria libertà di spirito con il succedersi frenetico delle inquadrature. La noia aleggia sovrana.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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