martedì, Novembre 30, 2021

Project Nim di James Marsh: la recensione

Presentato al Sundance Film Festival 2011 e fuori concorso nella sezione Extra – L’altro cinema al Festival Internazionale del Cinema di Roma, Project Nim lo si è visto fino a pochi giorni fa in streaming grazie all’iniziativa di Mymovies che ne ha anticipato la distribuzione digitale, il film è la storia di uno scimpanzé, Nim Chimpsky, che vollero far diventare un uomo. Sembra una favola, detta così, ed infatti di certe favole ha la follia aberrante. E’ però realtà, e ce la racconta James Marsh (premio Oscar per Man on Wire) ispirandosi al libro di Elizabeth Hess, Nim Chimpsky: The Chimp Who Would Be Human, 2008, in un documentario costruito un po’ come fiction, fatto di interviste ai protagonisti e riorganizzazione di materiali d’epoca (USA 1973) per un doloroso apologo sulla superbia e la stupidità dell’uomo che assurge ad arbitro di inviolabili leggi di natura. Dal centro scientifico di Norman, Oklahoma, Istituto di studi sui primati (IPS), diretto dal dr. William Lemmon, nel novembre 1973 un cucciolo di scimpanzé, Nim Chimpsky, nato da due settimane, fu tolto alla madre. A Carolyn ne avevano già tolti sei, il suo profilo scuro compare in pochi fotogrammi iniziali col piccolissimo Nim al collo, Lemmon le spara un sonnifero in una ripresa sfocata, lattiginosa, sembra, messo frontalmente con quella pistola in mano, l’addetto ad un regolamento di conti. Dice sbrigativo alla dottoressa a cui sarà affidato il cucciolo di prenderlo prima che la madre gli cada addosso. Glaciale, poche parole, stridii fuori scena, suoni gutturali, e poi un primo piano degli occhioni tondi dello scimpanzé e del suo muso sporgente.

E’ quanto basta a Marsh, documentarista e regista che conosce l’arte del sottrarre per amplificare. Parte da questo momento il circo Barnum di questo esperimento che andrà avanti quattro anni, finché tutto imploderà su sé stesso nel peggiore dei modi. Nel 1977 Nim fu restituito alla IPS, terminati i fondi per la ricerca aveva perso la sua utilità. Il calvario successivo viene raccontato fino all’epilogo. Nim muore d’infarto a 26 anni, la durata media in vita dei primati è di 60. Scopo dell’esperimento era stato dimostrare che, allevato da umani, lo scimpanzé poteva imparare il linguaggio dei segni, con ciò confutando l’affermazione di Noam Chomsky, secondo cui il linguaggio è una caratteristica esclusivamente umana. La deformazione del nome del grande linguista é evidente nel nome dello scimpanzé, e già questo dovrebbe mettere in allarme sulla serietà dei presupposti di base di quella ricerca. Ad ogni modo, fu un team di studiosi della Columbia University, coordinati da Herbert S. Terrace, psicologo comportamentista, a lanciarsi nell’impresa. Accolto nella numerosa famiglia di Stephanie LaFarge, psicologa seguace di Terrace, Nim visse in una elegante casa nella Upper West Side di Manhattan, ambiente da ricchi hippies, come dice la stessa LaFarge nell’intervista. Il marito era scrittore e non sopportava Nim; Herb (lo psicologo) circolava per casa seminudo con la scimmietta al collo, i figli della coppia, tre dell’uno e quattro dell’altra, scorrazzavano felici in barca o sul prato. Tempi di rivoluzioni, if you’re going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair, perché non rivoluzionare anche la vita immobile da migliaia di anni dei primati? Mentre incomprensioni, rancori, rivalità fra studiosi, gelosie femminili e quant’altro cominciavano a farsi strada in un progetto che nulla aveva di scientifico, un trend lasciato all’improvvisazione, rilevatori di comportamento e indicatori di progresso che farebbero invidia all’uomo di Neanderthal, il cucciolo, che intanto cresceva, saltellava, giocava e diventava un “bambino” viziatissimo, sviluppava un legame fortissimo e geloso con la “madre” adottiva.

Eppure venne trasferito senza troppi problemi presso altra sede e “madre”, finché non lo riportarono in gabbia perché non sapevano più che farne. Il bravo Nerb, intervistato in un talk show, ammise candidamente che si era sbagliato e che l’esperimento era fallito, i primati sono e debbono restare primati. Il povero Nim, metà bambino e metà scimpanzé, tornato nella sua culla d’origine, non sapeva più a che santo votarsi, circondato da esseri che gli sembravano alieni. Ci fu addirittura il rischio che finisse in un centro per ricerche sui virus, altre centrali della morte legalmente riconosciute, ma la scampò bella e finì i suoi giorni in un ranch nel Texas, il Ranch Black Beauty Cleveland Amory, in cui un bravo signore raccoglieva animali con brutte storie alle spalle. Nim aveva imparato 120 parole, un gran repertorio di gesti per comunicare con gli uomini, un’affettività morbosa con alcune figure di riferimento. Era però rimasto sanamente dotato di quell’aggressività che, da che mondo é mondo, ha regolato i rapporti fra le specie viventi da quando una di loro scese dagli alberi, nella savana, e conquistò la posizione eretta insieme alla capacità di usarla, quell’aggressività, per fare del male consapevole. L’homo sapiens sapiens dimenticò che un animale meno sapiens, forse, non aveva nessuna voglia di essere altro. La metà umana di Nim l’ha reso dunque infelice e ucciso. Aveva imparato 120 parole e sviluppato una bella gestualità, non aveva imparato come si fa a dire di no al potente “buana” bianco. Esiliato dal suo mondo e da quello che non era suo, tradito dalle persone che amava, con una porzione di umanità buona solo a creargli problemi, Nim é il protagonista di una favola indecente. Marsh ha fatto un ottimo lavoro, ha allineato davanti ai nostri occhi i protagonisti e li ha fatti parlare, sono emersi caratteri, ambizioni e frustrazioni, lacrimucce e anche sincero amore, come in Bob, per quel mondo indifeso. Non un mondo crudele, Marsh evita il facile ricorso a scene di bassa macelleria, sono tutti altamente motivati dalla loro umana follia di credersi il centro dell’Universo. Ma il gatto che gioca per la via suscita ancora invidia…

Gatto che giochi per via |come se fosse il tuo letto, | invidio la sorte che è tua,  | ché neppur sorte si chiama. | Buon servo di leggi fatali | che reggono i sassi e le genti, | hai istinti generali, | senti solo quel che senti; | sei felice perché sei come sei, | il tuo nulla è tutto tuo. | Io mi vedo e non mi ho, | mi conosco, e non sono io.

(Fernando Pessoa – Gatto che giochi per via)

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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