mercoledì, Dicembre 7, 2022

Venezia 69 – Giornate degli autori – Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic di Giada Colagrande (UK, Spagna 2012)

Omaggio al talento osannato di Marina Abramovic e riconoscimento del successo ottenuto a Berlino con The Artist is Present: il percorso  dell’artista serba e le forme del cinema si intrecciano ancora una volta con Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic. Il film diretto da Giada Colagrande è il resoconto documentato dello spettacolo teatrale curato da Robert Wilson nel 2011 e interpretato dalla stessa Abramovic, Willem Dafoe, Antony Hegarty e altri artisti. Occorre specificare sin da subito che la pellicola, come del resto lo spettacolo che viene ritratto, non hanno a che vedere con il method dell’artista serba: non c’è abbattimento delle forme prestabilite dell’arte né coinvolgimento attivo del pubblico, semmai il contrario. Robert Wilson è infatti un regista il cui linguaggio si è decisamente codificato col passare degli anni e delle esperienze: sebbene non imponga la propria visione agli attori, Wilson li guida sulla scena con la presenza costante e un certo delizioso sadismo (evidente quando chiede alla Abramovic di interpretare il ruolo della madre). Ci si trova immersi in un contesto di profonda stilizzazione, per questo agli antipodi rispetto alla rottura perpetrata dal metodo Abramovic. E non potrebbe essere altrimenti, data la struttura dello spettacolo teatrale. L’argomento è sì la messinscena della morte dell’artista e la ricostruzione sperimentale della sua vita, ma la pianificazione metodologica risulta necessaria per la quantità e la qualità degli artisti coinvolti: si va dalla poliedricità istrionica di Defoe al lirismo sfrenato di Antony, oltre al talento di altri funamboli del teatro contemporaneo. Il documentario realizzato dalla Colagrande non si propone di svelare il meccanismo attoriale, ma piuttosto lo accompagna e per questo l’oggetto d’analisi diventa l’azione più del contenuto. Spazio dunque al cast completo, ai musicisti dentro e fuori la scena (nel progetto è coinvolto anche William Basinski con la composizione ambient Melanchonia) e soprattutto al work in progress delle rehearsal. La regia sembra quasi estromettersi, in un intento di staticità e maggiore neutralità possibile. L’assenza di dinamismo è un’arma cui la Colagrande si affida con frequenza: non è segno di un’indulgente negligenza, ma il modo più contrastivo per evidenziare il delirio degli interpreti e il cromatismo camaleontico della scenografia. Sono queste scelte che impreziosiscono il documentario e però al tempo stesso infastidiscono, dal momento che rappresentano un impoverimento estremo del lavoro della Abramovic. Questo film ricostituisce il velo della performance che l’artista serba aveva cercato in tutti i modi di infrangere. Ciononostante si parla di impoverimento e non di fraintendimento, perché bisogna ricordare che dietro questo documentario c’è la supervisione stessa della Abramovic. L’obiettivo di Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic non è interpretare, ma celebrare. Si apprezzi dunque questo film per quello che è e nulla più: una sfavillante e coloratissima vetrina.

Davide Minotti
Davide Minotti
Davide Minotti nasce a Frosinone nel 1989. Dopo un'esperienza alla John Cabot University di Roma, si occupa ora di Germanistica e Scandinavistica tra l'Università degli Studi di Firenze e la Rheinische-Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn, dove vive. Appassionato di letteratura e cinema, spera che un giorno questi interessi possano diventare qualcosa di più concreto. Nel frattempo scrive e progetta cortometraggi nel perenne tentativo di realizzarli.

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