Meredith Monk – Songs of Ascension Shrine @ Biennale Musica 2025: recensione

Songs of ascension shrine, apre il ventre sonoro di una performance di Meredith Monk, che qui dal simbolico passa al visibile, attraverso la moltiplicazione dei piani prospettici, la tripartizione dello sguardo riflesso in abisso nella collocazione degli schermi, impiegati per trovare altre traiettorie dal puro suono. La recensione dell'installazione proposta dalla Biennale Musica

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Songs of Ascension nasce nel 2008 come lavoro site-specific concepito per la torre costruita da Ann Hamilton all’Oliver Ranch in California. La torre è un edificio di otto piani con due scale elicoidali che si avvolgono dall’interno per incontrarsi in cima, creato con l’intento di offrire un’esperienza spaziale, visiva e acustica unica. Il titolo e il concept si rifanno in parte alle salmodie dei Song of Ascents dell’Antico Testamento, usati nelle pratiche religiose e di pellegrinaggio, e all’idea più ampia del muoversi verso l’alto, con un movimento ascensionale che è al contempo fisico, spirituale, rituale ed infine architettonico.
Nel corso degli anni Meredith Monk ha sviluppato varie versioni o estensioni di Songs of Ascension, incluse performance indoor, adattamenti per acustiche differenti, e installazioni desunte. Ascension Variations, per esempio, è una versione che gioca maggiormente sulla diffusione spaziale degli strumenti e delle voci all’interno della struttura architettonica, o all’interno di edifici con geometrie significative.

È necessario specificare che nell’allestimento originale, il pubblico non condivideva lo spazio interno, ma era collocato in quello naturale intorno all’edificio, sopra una serie di piattaforme e radure predisposte per l’ascolto. La torre era quindi un vero e proprio strumento acustico dove musica, suoni e canti si propagavano attraverso le finestre laterali e l’apertura sulla cima, consentendo di percepire il movimento sonoro come proveniente dal centro e dall’alto.
Si veniva quindi a creare un effetto ascensionale anche per il fruitore dove ciò che contava era l’ipotesi di un “monumento sonoro” in azione.

La video installazione allestita alla Biennale musica 2025 è un’ulteriore rielaborazione in termini visuali.

Tre schermi video che documentano la performance nella torre, immagini multiple, prospettive che si sovrappongono o si contrappongono, un paesaggio immersivo tra movimento, architettura e suono. Non è quindi solo una replica della performance originale, ma un’apertura del ventre sonoro, che dal simbolico passa al visibile, attraverso la moltiplicazione dei piani prospettici, la tripartizione dello sguardo riflesso in abisso dai dispositivi e la molteplicità dei dettagli, capaci di costruire senso attraverso traiettorie alternative dal puro suono.

In una stanza completamente oscurata, il visitatore occupa una prospettiva tipicamente cinematografica, con gli schermi tripli disposti frontalmente, la cui apertura replica le possibilità della visione panoramica, ma rispettando la scomposizione dei piani.
I tre video mostrano prospettive diverse: immagini che riproducono la doppia spirale della scala, i performer che circolano e ascendono lungo le scalette, il basso e l’alto. Vengono integrate soggettive impossibili e disincarnate, effettuate evidentemente con l’impiego di un drone, ma anche prospettive dal basso, dettagli sui segmenti laterali dell’edificio e soprattutto una costruzione narrativa per campi visivi in grado di aprire altre significazioni. Il suono, registrato dalla performance originale, viene diffuso nello spazio del fruitore ricostruendo la sua spazialità; in questo modo si tende a enfatizzare la propulsione verticale anche sul piano aurale.

Ci sono quindi sezioni vocali pure, momenti strumentali, “cluster” sonori dove le voci vicine generano dissonanze e tessiture dense, in netto contrasto con i passaggi più meditativi, frammenti di cantus firmus, aperture liriche e un crocevia tra pratiche vocali occidentali e altre fuori da quel canone.

Le componenti “ascensionali” culminano verso la fine, con movimenti che si aprono verso una dimensione comunitaria.

Il movimento corporeo, la circolazione spaziale dei performer nella scala elicoidale originaria è elemento drammatico fondamentale. Nell’installazione video, la scala diventa simbolo visivo e architettonico dove l’ascendere, il girare e il circondare diventano aspetti formali e figurativi con forti implicazioni simboliche e rituali.

C’è infatti un lavoro specifico sulla tensione dall’alto verso il basso e sul richiamo dagli inferi alla dimensione materiale, dove il brodo primordiale dell’acqua scura che ristagna sul fondo della torre, allude tanto all’abisso quanto al grembo della rinascita.

Nostalgia per il mondo o impossibilità di staccarsi dalla materia, definiscono due movimenti opposti che sembrano convergere al centro dove i performer vestiti di rosso e i musicisti rappresentano un punto medio tra spazio mondano e anelito spirituale.

Ed è altrettanto palindromo il rispecchiamento platonico della luce che arriva dall’alto sul ristagno profondo dell’acqua, dove l’una contiene l’altra.

La ciclicità escheriana, ma anche frattale delle voci e della musica, investe quindi la grammatica visiva dell’installazione, con un esempio di narrazione simultanea molto vicino all’organizzazione non lineare dello sguardo nella pittura medievale. La prospettiva simbolica quindi consente una compresenza temporale che sollecita quel sincretismo a cui Monk ricorre anche in opere come Book of Days, dove scene di vita quotidiana, reminiscenze liturgiche, misticismo convivevano in uno spazio performativo unificante senza gerarchie e con in mente la struttura di un polittico medievale.

Grazie ai tre schermi si produce nello spettatore una percezione stratificata, non sequenziale, per agevolare l’esperienza di un tempo sospeso. Non c’è allora un racconto centrale, quanto l’emersione di un continuum spirituale e temporale che allude agli stati della meditazione nello zazen.

Tempo, respiro e natura, luoghi del sacro per Monk, vengono ricombinati nella camera oscura della visione virtualizzata.

Si cerca di coinvolgere tutti i sensi, a partire dalla relazione tra suono e spazio, la qualità della registrazione, le immagini che alternano tutte le dinamiche del Movimento verticale.
Allo spettatore viene richiesto un ascolto attivo tanto da essere portato via nei suoni, nei simboli dischiusi dalle immagini, nei passi ascendenti, nei punti di vista che si frammentano e tornano ad annullarsi nel tutto dello spazio naturale.

[La foto dell’installazione di Meredith Monk è fornita da Ufficio Stampa La Biennale – Dmtpress – Emanuela Caldirola, in occasione della Biennale Musica 2025]

Michele Faggi
Michele Faggihttps://www.indie-eye.it/recensore
Michele Faggi è il fondatore di Indie-eye. Videomaker e Giornalista regolarmente iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, è anche un critico cinematografico. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e nuovi media.

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Songs of ascension shrine, apre il ventre sonoro di una performance di Meredith Monk, che qui dal simbolico passa al visibile, attraverso la moltiplicazione dei piani prospettici, la tripartizione dello sguardo riflesso in abisso nella collocazione degli schermi, impiegati per trovare altre traiettorie dal puro suono. La recensione dell'installazione proposta dalla Biennale Musica

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