Si esce inebriati dal nuovo set live dei The Cure, non solo per la durata estesa che raggiunge le due ore e mezza di musica, con setlist fiume che mutano da una venue all’altra, ma per l’impatto visuale davvero sorprendente, concepito e supervisionato dallo stesso Robert Smith insieme ad un team di creativi, che ha integrato più forme e scuole illuminotecniche con le nuove tecnologie video pensate per i live.
Nei termini più schietti della fruizione frontale, il carnaio dell’evento Live Nation allestito a Firenze lo scorso 14 giugno, separa nettamente la zona verde da quella arancione, consentendo a chi si trova all’inizio della prima di ottenere una prospettiva molto simile a quella catturata dal mio smartphone e riproposta come immagine copertina per questo articolo.
A un certo punto, l’insieme di visual pre-renderizzati e il sistema che compone le immagini live, marginalizzano la prospettiva televisiva dei grandi schermi laterali, usualmente l’unico ancoraggio per chi si trova lontano, e restituisce centralità al palco, dove tra le altre cose, viene riprodotta una extra-ordinaria aberrazione visiva, con un Robert Smith gigantesco e i componenti della band proporzionalmente più piccoli, che occupano una curva distorcente.
L’effetto è quello di un grande fish-eye naturalistico, ottenuto con il massimo dell’artificio; come mi ha suggerito Michele, uno spettatore molto simpatico conosciuto per l’occasione, quasi un trompe l’oeil.
E se in effetti si pensa a quelle tecniche pittoriche che nel corso della storia dell’arte decorativa, ingannavano l’occhio grazie a prospettiva e chiaroscuro, per confondere spazio reale con illusione virtuale, non siamo troppo lontani dall’aggiornamento di quell’idea, di fronte alla sinergia tra Angus MacPhail e Jon Priest e a ciò che è sono stati in grado di ricreare per i concerti della band britannica.
Alla base, alcuni elementi largamente conosciuti e consolidati nelle produzioni live di alto livello, tra cui le tecniche IMAG e le videocamere FOH rilanciate per superfici upstage, cambia però in modo considerevole l’intenzione estetica e il modo in cui la tecnica perde la sua “trasparenza” funzionale, per tornare ad essere un aggregatore di illusioni, capace di ricodificare la fruizione dei grandi concerti di massa da una prospettiva che avvicina di nuovo il palco alle persone, da qualsiasi angolatura e all’interno di contenitori fortemente capitalizzati, dove la quantità è la posta in gioco rispetto alla qualità.
Lo dimostra il bel set dei Just Mustard posto in apertura evento, nel pieno sole delle 16:15, la cui densità sonora caratterizzata in particolare dai layer chitarristici di David Noonan, perde sostanza nelle grandi distanze, messa a nudo com’è dalla brutalità della luce diurna e da un palco gigantesco per una band che tende ad un risultato immersivo, più notturno, acquatico e raccolto, qui completamente perduto.
Questo accade anche con l’orchestrazione geometrica dei Mogwai, sempre perfetti nella dinamica pieno-vuoto, ma entro un deserto visuale che è irrimediabilmente caratterizzato da eventi con più di quarantamila persone, dove la dimensione live è costituita dal compromesso tra presenza rituale, con tutte le dinamiche positive e i disagi negativi che un rito collettivo comporta, e la distanza che mette ogni volta a rischio il fattore emotivo ed empatico.
Il discutibilissimo set dei Twilight Sad mi sembra un cortocircuito utile per spiegare il concetto, tra problemi tecnici e sonori evidenti, la voce di James Graham completamente sfalsata rispetto all’amalgama sonoro ed infine la chitarra di Andy MacFarlane ridotta ad un ronzio inespressivo e senza alcuna dinamica.
Mettiamo quindi in conto le ovvie differenze nella gestione di un set concepito per grandi palchi, dove lo spettacolo di The Cure svetta per potenzialità visuali predominanti, al netto della qualità sonora che potremmo discutere in vari modi e che dal vivo ha consolidato negli anni un sound davvero notevole, grazie anche alla rilettura di molti “classici”, ma soprattutto per la capacità ludica di Robert Smith, chiarissima quando, per esempio, estende la sua sghemba vocazione Jazzin’ durante The Lovecats, Close to me, Lullaby e The Walk.
Il grado di empatia che quindi manca negli altri set, più per distanza strutturale che per difetto performativo, viene colmato da un progetto sinestetico formidabile, che negli anni è stato affinato a partire dalla lunga e storica collaborazione con Angus MacPhail, nel concepire un prolungamento illuminotecnico di tutto il mondo creativo di Robert Smith, liriche incluse.
Le luci allora inseguono quell’espressività qualitativa che l’aggressività dei grandi sistemi non consente più, integrando palette e combinazioni colorimetriche con il live-feed delle immagini broadcast e il campionario di visual controllati da codici temporali che permettano la riproduzione contestuale ai brani della setlist.
Un lavoro impressionante se si pensa ai ventinove brani del concerto fiorentino, immersi in una vera e propria féerie illusionistica che a tratti ricorda il meraviglioso e l’inganno del cinema delle origini; riferimenti estetici che ben si abbinano alle distorsioni oniriche prodotte dall’universo poetico di Robert Smith, desunto di volta in volta dall’espressionismo, dal gotico, dal surrealismo e dallo spleen baudelairiano che il post-punk ha in qualche modo ricombinato nei territori fisici ed esistenziali dell’alienazione post-industriale.
Cerchiamo di chiarire comunque alcuni aspetti tecnici, per comprendere come un certo know-how tecnologico possa essere utilizzato in modo combinatorio e procedere in controtendenza, rispetto alla filosofia dei grandi eventi, dove la gioia viene bilanciata troppo spesso dall’euforia di esserci anche quando non si vede un cazzo e sembra sufficiente una birra a dieci euro per calmare l’arsura.
Il sistema che regola le immagini per il live dei The Cure, come ho desunto da alcune interviste tecniche che sono reperibili tra il 2017 e il 2023 nelle riviste specializzate in produzione e post-produzione video, è costituito da un server Disguise VX 4. Questo riceve segnali video live dalle telecamere preposte, tra cui il cosiddetto feed IMAG, ovvero l’immagine del performer ripresa in tempo reale e che generalmente occupa gli schermi laterali. All’interno del server verrà invece utilizzato come un livello grafico insieme a molti altri, tutti distribuiti e mappati per le superfici fisiche presenti su palco, che possono essere alternativamente o in modalità combinata, schermi LED incolonnati, riproduzioni laterali ed altri innesti nella tridimensionalità dell’ambiente performativo. Il software mixa tutto in tempo reale e può alternativamente scegliere tra una libreria di visuals pre-renderizzati e immagini catturate al momento.
Con l’ausilio di un Barco E2, mixer video dalle grandi potenzialità, si decide la destinazione della sorgente, dove l’output finale composto con Disguise, viene commutato in una porzione specifica dell’innesto audiovisivo su palco.
In questo contesto, la videocamera “Front of House”, quella che solitamente ha una posizione frontale rispetto al performer, può generare ciò che Jon Priest, l’architetto video dietro al concept, chiama “infinity look“, effetto ottico restituito con il broadcast dell’immagine, lanciata sui sistemi video presenti alle spalle della band e assicurati alle grandi colonne a traliccio, ben visibili quando l’apparato non è in funzione.
L’effetto nudo e crudo dovrebbe essere quello “feedback”, ottenuto quando una sorgente video viene puntata verso la destinazione, ma invece di moltiplicare all’infinito la stessa immagine, grazie all’utilizzo sapiente delle luci che camuffano la cornice degli schermi e cancellano una porzione dell’immagine rispecchiata, inganna l’occhio sulla presenza stessa di Robert Smith, sostituita dal suo fantasma digitale riprodotto in proporzioni gigantesche sul grande wall posteriore.
A occhio nudo è come se i The Cure suonassero in un piccolo club che li contiene a malapena, oppure riproponessero la relazione con le proprie ombre che ha caratterizzato l’ampia videografia ufficiale della band, tra mondi creaturali infinitamente piccoli, la realtà organica degli insetti e quella impalpabile dell’incubo, restituita attraverso prospettive inedite e soggettive impossibili.
Ad arricchire il gioco eminentemente prospettico e ottico, quasi che Priest e MacPhail in dialogo con Robert Smith, riproponessero una versione teatrale e iper-tecnologica delle rifrazioni che piacevano al grande Mario Bava, ci sono le numerose videocamere laterali Panasonic PTZ disseminate su palco, sistemi controllati da remoto con cui Smith e la band interagiscono e che concorrono, con molta probabilità, a generare le numerose distorsioni e combinazioni dei piani prospettici. Si lascia quindi un margine di regia notevole al performer, che conoscendo la collocazione dei dispositivi, può cambiare la propria relazione con l’immagine, ricomposta sul piano dell’illusione dalla regia di Disguise.
In questo contesto hardware e software le luci eliminano quindi i riferimenti di scala neutri, che in altri grandi concerti vengono lasciati così come sono, semplicemente per consentire un’amplificazione funzionale delle possibilità scopiche.
Se il palco non fosse immerso nell’immaginario visuale e cromatico che appartiene al mondo The Cure, vedremmo bordi fisici e cornici dei sistemi video. Questo per esempio accade per pochi minuti dedicati al drumming di Jason Cooper, filmato da tutte le prospettive, con un rapporto diretto e visibilissimo tra performer e immagine riflessa.
Al contrario, per buona parte del live, i riferimenti, gli ostacoli e le cornici vengono selettivamente bruciati con un design illuminotecnico che fa sparire i confini fisici. I controluce laterali infine staccano i performer dallo sfondo, senza creare ombre che possano rivelare la profondità reale del palco. Cancellando quindi i riferimenti spaziali reali, i praticabili, le colonne, la separazione tra vidiwall, l’occhio si aggancia ad una ricomposizione unitaria dell’immagine, che avvicina Robert Smith al suo pubblico, in un sistema industrialmente votato comunque all’intangibilità.
Un inganno, certamente, ma bellissimo e fuori dall’ordinario.
[ Foto dell’articolo di Michele Faggi – © indie-eye 2026 ]





