Prima che la tecnologia e l’informatica cominciassero a sperimentare con il concetto di “macchina inutile“, è la storia dell’arte ad aver indicato la strada. L’artista e designer Bruno Munari nel 1933 presenta alcune macchine sospese in movimento, incapaci di produrre alcun bene materiale e senza funzioni pratiche. All’interno dell’orbita del secondo futurismo, ma in controtendenza rispetto ai suoi predecessori della prima generazione, si smarcava dall’idea della macchina come strumento di dominio della natura e dispositivo di accelerazione produttiva, condividendo alcune intuizioni di Balla e Depero sulla fenomenologia del movimento.
Veniva infatti introdotto un elemento di gratuità e contemplazione, legato principalmente alle modulazioni percettive dell’oggetto.
Per quanto Munari sembrasse più interessato a materializzare le ombre e il dinamismo del cinematografo, liberati nell’aria fuori da qualsiasi cornice di riferimento, una macchina poteva esistere senza produrre profitto, senza contribuire all’aumento della produttività e senza diventare un sostituto del lavoro umano. Provocazione culturale estrema che proprio oggi diventa ricca di significato, in un’epoca allora come adesso dominata dall’ideologia dell’efficienza prestazionale.
Più di un secolo dopo, il francese Olivier Mével, creatore di oggetti tecnologici che lambiscono lo straordinario e fondatore di Multiplié, una factory dedita alla creazione di “oggetti tecnologici creativi, poetici e viventi“, si inventa “La Machine“, indirettamente ispirata alla serie di “macchine inutili”, che da Marvin Minsky in poi, hanno sollecitato il mondo della tecnologia con visioni non riconciliate e critiche.
Se il matematico, informatico e scienziato cognitivo statunitense, considerato uno dei fondatori dell’intelligenza artificiale, aveva concepito una scatola con interruttore, la cui attivazione causava l’autospegnimento della stessa attraverso un braccio meccanico, quella di Mével mantiene lo stesso concetto di annullamento dell’azione umana, accogliendo la gag filosofica di Minsky, ma rendendola più ricca e complessa con un principio di casualità maggiore.
La satira ante litteram dell’interazione uomo-macchina che Minsky si immagina, veicola un vero e proprio paradosso logico quando l’informatica stava iniziando a immaginare sistemi sempre più potenti e collaborativi.
Mevél recupera questa intuizione e la filtra attraverso le evoluzioni successive del concetto, passando per la gadgettizzazione degli anni sessanta, con le useless machine assorbite dal linguaggio pop e la pletora di dispositivi tra cultura pulp e design che cominciano ad invadere il mercato statunitense, dai salvadanai che si mangiano la moneta, fino all’immaginario televisivo che rielabora “la mano” del fumettista Charles Addams, infilandola in una scatola per la serie ABC dedicata alla nota famiglia del patriarca Gomez Addams.
La stessa domanda culturale sollecitata dal giocattolo tecnologico di Minsky viene rilanciata dal geniale ingegnere francese, mettendo al centro lo stesso tipo di gesto, quello di una macchina che esiste contro la propria funzione.
L’oggetto però non si limita a spegnersi, ma attiva comportamenti variabili, tempi e sequenze di disattivazione imprevedibili e reazioni che sfuggono completamente alle previsioni dell’utente, quasi fosse una creatura aliena, capricciosa e con un linguaggio tutto da scoprire.
Questo è reso possibile da un algoritmo entropico che impedisce la similarità di comportamento, introducendo una varietà caotica.
Molto lontano dai prototipi di Minsky anche dal punto di vista estetica, dialoga esplicitamente con il design radicale e postmoderno, assimilando la lezione di Ettore Sottsass, tanto da porre al centro presenza scenica, carattere, colore.
Se Minsky aveva creato un oggetto che ironizzava sulle macchine, Mével inventa una “machine” che ironizza sul nostro rapporto con la tecnologia, e questo perché negli anni cinquanta era costosa, più rara e intermittente nella vita quotidiana.
Immersi come siamo tra dispositivi che raccolgono dati, richiedono continua attenzione, ottimizzano il loro comportamento in base a profilazioni avanzate per prevedere i nostri desideri e le nostre abitudini, l’apparizione di una macchina che non serve a niente, assume un significato molto forte. La creazione di Mével sollecita una vera e propria resistenza simbolica all’economia dell’attenzione. Non produce dati, non promette efficienza, non monetizza il comportamento dell’utente, perché la sua esistenza è giustificata esclusivamente dall’esperienza che genera.
Per alcuni attimi ci salva la vita.

