venerdì, Ottobre 7, 2022

Opal Onyx – Delta Sands: la recensione

Se l’onice è una pietra che per alcune tradizioni ha simboleggiato la crudeltà del maleficio, l’opale al contrario dischiude la forza di tutti gli elementi spingendo verso la realizzazione di un equilibrio interiore. Sarah Nowicki, voce del duo newyorchese degli Opal Onyx ha raccontato proprio di questo contrasto per descrivere la sua musica; indubbiamente attraversata da energie oscure, ma allo stesso tempo aperta ad improvvise opalescenze che ne descrivono caratteristiche multiformi.

Per farsi un’idea immediata, basta guardare il video del primo singolo, opening track di “Delta Sands“; Black and Crimson è stato girato presso le cascate di Kaaterskill, situate nel complesso mountuoso delle Catskill Mountains, comprese nello stato di New York. Le cascate sono citate da Alexis de Tocqueville nel suo saggio dedicato all’America, dove vengono descritte come una sorta di Eden primigenio, tra stupore e wilderness e sono oggetto di un poema scritto da William Cullen Bryant, intitolato “Catterskill Falls“, i cui versi sembrano aver ispirato l’ambivalenza delle immagini contenute nel video degli Opal Onyx, attraversato da un’estetica visiva che ricorda per certi versi lo sguardo rivolto verso la cultura classica, quello che ha caratterizzato l’immagine e anche la musica dei Dead Can Dance.

Composti lungo l’arco di dieci anni, i brani di “Delta Sands” vengono concepiti mentre Sarah e Mattthew Robinson (violoncello, synths, lap steel) frequentano il collettivo di Brooklyn noto come International Winners, attivo nell’organizzazione di show ed eventi che ruotano intorno alla musica sperimentale ed elettronica, per poi attrarre l’attenzione della britannica Tin Angel, l’etichetta che ha sotto contratto Baby Dee, Tom Brosseau, Ed Askew, Little Annie.

Coadiuvati alla batteria da Riche Digregorio e al basso da Cedar Appfell, gli Opal Onyx sono artefici di un suono molto preciso, che è il risultato di molteplici influenze, quali il folk, una certa psichedelia, la musica americana delle grandi interpreti blues e jazz e infine l’elettronica del Bristol Sound primi novanta dalla quale ricontestualizzano alcune suggestioni sporcandole con un’estetica molto più dark che di volta in volta scandaglia territori eterogenei, tra Joy Division e le atmosfere create da Angelo Badalamenti.

Mentre la voce della Nowicki è capace di incredibile duttilità, evocando la voce cristallina della prima Shirley Bassey (Black and Crimson), l’approccio più lirico di Shara Worden (Fruit of her Loins) ma anche un folktelling più diretto e confidenziale (Personal, Bright Red Canyons), l’elettronica del duo costruisce sfondi sonori capaci di generare inquietudine, la cui allure post-industriale ricorda a tratti i Portishead a metà tra il secondo e il terzo album, senza che l’elettronica si trasformi in un attacco sonico predominante, ma lasciando al contrario che voce, violoncello e un certo neoclassicismo di fondo tratteggino i confini di un chamber pop intimo ed evocativo.

In questo senso “Delta Sands” tradisce una forte ascendenza blues,  legata alla tradizione delle torch songs, presenti anche sotto la superficie più elaborata dagli arrangiamenti (si prenda per esempio la bellissima The Devil) e condotte in un territorio quasi astratto, quello che dalle ripetizioni minimali dei primi “Opal” si trasforma in una classicità senza tempo, continuamente a metà tra luce e buio.

Ugo Carpi
Ugo Carpi
Ugo Carpi ascolta e scrive per passione. Predilige il rock selvaggio, rumoroso, fatto con il sangue e con il cuore.

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